Giovanni Tuzet, Claudio Sciaraffa, Antonio Melillo, “Micromondo”
I.
VIOLA
di Giovanni Tuzet
Profumo di viole incanta un Oscuro
(G. Trakl)
Viola l’ho conosciuta in un locale messicano a Bologna, uno di quei posti dove si mangiano piatti piccanti e si balla sui tavoli. Ma non aveva niente di messicano. Ricordava quelle figure femminili ritratte, forse è meglio dire sfumate, appena sfumate, nei libri inglesi dell’Ottocento. Era pallida, magra e molto alta. Con i lineamenti appena irregolari. Un vestito di velluto e i capelli neri, lunghi e lisci. Ricordo che i miei amici si erano avvicinati al tavolo delle ragazze, parlavano e scherzavano. Lei no e questo mi aveva immediatamente attratto. Riuscii a strapparle qualche riposta. Poi anch’io facevo il misterioso. Ebbi comunque il numero di telefono e due giorni dopo la chiamai, senza trovarla.
Una sera incontrammo ancora le sue amiche, in una discoteca vicino alle Due torri. Una si premurò di dirmi che Viola non poteva esserci, aveva le sue cose. Il dettaglio mi colpì: perché mai un’amica dovrebbe dirmi questo? Pensai che l’amica fosse un po’ scema. Mi sfiorò il pensiero che anche Viola lo fosse, viste le compagne. Ma subito mi corressi: Viola era diversa da loro, molto diversa. Viola le aiutava, il suo altero silenzio le faceva riflettere ogni tanto. Doveva essere così. Però non riuscii a trattenere un altro pensiero: che Viola fosse con un ragazzo. Pensavo ai lineamenti irregolari.
La trovai al telefono qualche giorno dopo. Ebbi un appuntamento, a cui arrivai trafelato e con una macchina non mia. Suonavo ancora il contrabbasso all’epoca, avevo delle prove nel pomeriggio da quelle parti e la mia macchina era in carrozzeria. Arrivai con la lunga macchina di un amico, diesel, goffa. Trovare parcheggio fu un’impresa.
Bevemmo qualcosa in un locale molto buio scelto da lei. Era vestita in nero, con gli occhi affondati nel trucco. Sentivo persino un profumo di viole, l’incanto dell’Oscuro. C’era una larga candela sul tavolo. Con le dita modellava la cera ancora calda. Iniziai a fissarla e quando si accorse di essere osservata, tirò la maglia a coprire le mani. Mi fece sorridere.
Oggi non ricordo assolutamente di cosa parlammo. Ma parlai quasi sempre io. Ci fermammo sotto casa sua mentre continuavo a parlare. Forse lei aspettava che la baciassi, non diceva niente. Io cercavo di prendere tempo, mi sforzavo di trovare argomenti per fingere una conversazione, magari per crederci. Rimanemmo lì diverso tempo, con il contrabbasso disteso nel retro. Quando fu molto tardi e il silenzio ingombrante, pensai che oltre non avrei potuto. Si lasciò baciare senza la minima resistenza e il minimo trasporto.
Viola non si fece trovare per diversi giorni. Mi dicevo che forse non ero stato abbastanza deciso, forse le ero sembrato inconcludente, un pasticcione, uno che parla troppo. Ma anche il pensiero di non essere il solo mi tornò. Che Viola uscisse con un altro, con altri? Che non si facesse trovare per questo? Che avesse un calcolo delle sere? Questo mi tornava in mente: Viola che modellava la cera e nascondeva le mani.
Finalmente la trovai e uscimmo una seconda volta. Di quella sera non ricordo neanche il locale. Ricordo che dopo ci allontanammo dalla città, trovai un posto buio e fermai la macchina. La mia macchina, questa volta. E non c’erano indugi. Si lasciò togliere la maglia, la maglietta, il reggiseno. Sdraiata in silenzio sul sedile abbassato. Si lasciò togliere le scarpe, i pantaloni, il resto. Mi misi ad accarezzarla, a baciarle la pelle. Io ero ancora completamente vestito, con il cappotto. Immaginai che iniziasse a togliermi qualcosa. Le guardavo i seni che non aveva. Aspettavo. Ma non si muoveva, intanto cominciavo ad avere caldo. Baciandola ancora sentii con le dita se fosse eccitata e lo era. Ma continuava a rimanere immobile. Io iniziai a innervosirmi. Non capivo che cosa aspettasse, che senso avesse una cosa del genere. Volevo togliermi il cappotto ma aspettavo una sua mossa, anche una minima parola, un tremolio nelle anche. Iniziai a pensare che così non va, che ci vuole entusiasmo, partecipazione… Anche con gli altri faceva così? Mi meritava? Non ero lì per arrangiarmi! Basta, non sentivo più il profumo di viole. Sentivo una specie di risentimento verso quell’immobilità, tutto il fastidio e il peso del cappotto.
Le dissi di rivestirsi. Poi non ci sentimmo più.
Ma di Viola mi è rimasto un nodo: lasciare le cose a metà non mi è mai piaciuto, ho sempre cercato di finirle. Me lo ha detto mia nonna di Ferrara: voi che venite dal Friuli siete della razza dei tedeschi, con il chiodo in mezzo alla testa. Il chiodo? Quello degli elmetti con la punta in cima, nella Prima guerra mondiale. Sarà. Mi sembrava ridicolo telefonarle ancora passato tanto tempo, però mi sarebbe piaciuto ritrovarla. Ogni tanto capitavo nei locali dove immaginavo potesse essere. La cercavo con lo sguardo: mai vista.
Anni dopo capito a una festa in campagna, una sera di giugno. È un vecchio casolare vicino al fiume, in una zona molto isolata fra campi di grano e frutteti. Ci sono tavoli di legno imbanditi, tovaglie bianche e grandi caraffe. Mentre sono a dire chissà quali sciocchezze versando da bere, mi trovo davanti l’amica scema. Ha sempre i capelli corti e tinti di rosso, i pantaloni stretti in fondo e larghi sui fianchi. Lei è contenta di vedermi. Le chiedo di Viola. Un po’ indugia, poi si mette seria e mi dice che Viola è morta. Si è ammalata ed è morta, non trova altre parole. Io rimango così, con il bicchiere in mano, senza chiedere altro.
In quella arriva il padrone di casa che la saluta e non ha sentito. Mentre si mette a scherzare con lei, mi allontano e salgo al fiume. È un argine con le erbe molto alte, cui la casa dà le spalle e che poco prima si snoda in una curva insolita per questa pianura. Guardo le luci della casa e l’imbrunire avanzato, poi mi atteggio a una domanda solitaria rivolto ai frutti sulla terra. “Spighe ondeggianti a sera, ombre dorate della tristezza, ditemi che cosa ha scontato”. “Era un corpo passato dal freddo al caldo. Da latitudini gelate alla calda Emilia, dalle severità alle distrazioni”. E se penso a me? Non suono più, non soffro. Me la passo, mi concedo delle serate mondane dove si conversa amabilmente e si balla con malizia.
Ridiscendo pensieroso. Hanno iniziato a ballare attorno ai tavoli, sull’aia, della musica elettronica. Mi metto a ballare con l’amica scema, a cui hanno versato abbondantemente da bere. Le verso miele e ancora vino, applaudo all’orchestra invisibile e mi felicito con le stelle. Le volteggio attorno, sempre più, ammicco, mi stringo, fingo d’allontanarmi. Amica, amica che balli con malizia, non ricordi nei miei passi qualcosa che ci manca ancora? Non senti un profumo di viole? Avanti… avvicinati… non senti che puoi farci felici, tutti finalmente? Avvicinati, lasciati attraversare.
II.
IL TEMPO
di Claudio Sciaraffa
Pazzesco. Ciò che mi è successo è del tutto straordinario.
Da diversi mesi aspettavo di incontrare una ragazza speciale ma non credevo sarebbe successo in un posto come quello e tantomeno in un modo così rocambolesco. Il locale era all’aperto, l’estate era appena cominciata e già l’aria piana e umida colmava i pochi spazi lasciati dai ragazzi, tutti abbronzati, curati nel look e negli atteggiamenti. Mentre con passo lento cercavo di raggiungere il bar, conciliando a fatica la voglia di guardare tutte le donne con quella di apparire disinteressato e sprezzante, una ragazza che gesticolava ampiamente, non vedendomi, mi ha sferrato una gomitata in pieno volto. Ripeto, desideravo una persona in grado di colpirmi, lei l’aveva fatto molto bene. Il naso è una zona delicata, gli occhi si sono riempiti di lacrime e le prime gocce di sangue hanno macchiato la mano che istintivamente avevo portato al viso. Sedendomi sul gradino lì a terra sentivo le sue mani che assecondavano il mio movimento e la sua voce che chiedeva scusa. Naturalmente ero, se non arrabbiato, stizzito fino a quando, alzando la testa per fermare in qualche modo il sangue, ho incontrato i suoi occhi, meravigliosi, e i suoi capelli, di un nero brillante, e il suo viso dolcissimo. E le sue gambe, giovani, lucide, geometriche. Si è seduta accanto a me, mi ha dato dei fazzoletti e mentre mi chiedeva scusa con insistenza non ricordavo neppure più cosa dovessi perdonarle. Avevo voglia di ringraziarla, semmai. L’ho tranquillizzata, ‘non è niente’, ‘capita’. Poi ho trovato il coraggio: ‘come minimo devi invitarmi a cena’. La frase si è rivelata vincente, ha sorriso e il momento, da drammatico che era, è diventato comico. Abbiamo parlato tutta la sera e ci siamo scambiati i numeri di telefono. Simona il suo nome, proprio una ragazza interessante.
Come promesso mi ha invitato a cena e tornando a casa ci siamo baciati a lungo. Durante il bacio le sue mani erano impazienti, cercavano ciò che le labbra non potevano avere. La seconda sera sono andato da lei, sua madre era fuori. La camera di una ragazza di vent’anni si carica di un senso quasi religioso: le bambole, gli oggetti colorati e multiformi senza un’utilità, i diari, i biglietti appesi alle pareti come finestre su un mondo che non c’è più, tutto è reliquia dell’infanzia. Quanto è stato eccitante fare l’amore sul suo letto, con i peluche compressi dietro la schiena e le foto di quand’era bambina che sembravano guardarci.
Dopo un paio di settimane mi sono trovato a cena da lei, questa volta con sua madre. Voleva presentarmela. Vivono da sole, il papà di Simona è morto o, forse – dalle loro battute non si capiva – se n’era andato via. È straordinario ciò che mi è successo quella sera. Durante la cena, mentre parlavo con sua mamma del mio metodo di studio, Simona continuava ad accarezzarmi la gamba con il piede nudo. La cosa era imbarazzante ed eccitante allo stesso tempo. Simona era esperta, lo faceva con disinvoltura mentre mangiava con appetito; io cercavo di non tradirmi. La cosa pazzesca è che d’un tratto Simona si alza per prendere una bottiglia d’acqua ma il suo piede resta sulla mia gamba. Lo sguardo della mamma mi ha gelato, credo che il cuore abbia cessato di battere per qualche secondo. Quando Simona è tornata al tavolo ho continuato a fingere ma in un senso del tutto diverso. Lei era una bella donna, le guardavo entrambe. Le cose belle di Simona le ritrovavo nel viso della madre, come la stessa mela che da acerba diviene matura.
Per il sabato successivo Simona mi aveva incaricato di procurare tre biglietti per il concerto del suo cantante preferito, sarebbe venuta con noi anche una sua amica. Ho preso al volo l’occasione regalandole solo due biglietti, dicendo che erano gli ultimi rimasti e che non c’erano problemi, mi avrebbe fatto piacere se fosse andata con la sua amica, del resto lo aspettavano da così tanto. Mi ha ringraziato per quello che credeva un gesto d’amore. Il pensiero di sua mamma, l’attesa di sabato, era troppo eccitante. Sabato sera sono andato da lei, mi aspettava. Siamo rimasti sulla porta a fissarci, gli occhi erano agitati, la lingua inumidiva le labbra. Era da poco uscita dalla doccia, i capelli dietro al collo erano ancora bagnati e la sua pelle profumava. La situazione era irresistibile, in pochi secondi i nostri vestiti erano sparsi lungo una scia che portava dall’ingresso al letto. Più si è consapevoli di peccare e più il peccato è gustoso. Ci siamo cercati, rincorsi, graffiati, con quella violenza che rende il sesso meraviglioso: la colpa pesava su entrambi come il desiderio di punire e di essere puniti.
Cosa pensa una madre che va a letto col ragazzo della figlia? Mi chiedevo mentre si rivestiva. Sarebbe seguita una reazione di profondo sconforto, oppure un grande pianto, o forse una scenata isterica. Mi ha guardato in modo freddo e mi ha chiesto di vestirmi e andare via, cominciava ad essere tardi. Lucida, calma, serena. Sono uscito di casa senza entusiasmo. Ho acceso una sigaretta[1].
Che situazione! Ma la cosa davvero straordinaria è accaduta la domenica successiva, quando mi trovavo a pranzo da Simona e sorridevo a entrambe sicuro della mia incolumità ed anzi, forte del mio segreto. D’un tratto, e la cosa è così pazzesca che non so se riuscirò a raccontarla, suona il campanello, Simona va ad aprire e, eccola, sua nonna.
[1]
LA COLPA.
La prima boccata la tiro lunga, mi piace sentire il fumo nei rami più remoti dei polmoni, e pensare a mio padre. Quando espiro tutto svanisce e con la nuvola dissolta riappare la città. Non lo rivedo da quel giorno. Scesi per comprare le sigarette, e grazie a questo sono ancora vivo. Oppure: scesi per comprare le sigarette, e per colpa di questo mia mamma e mai sorella non ci sono più. Colpevoli di aver nascosto il pacchetto di mio padre, volevano che smettesse. Prima della seconda pugnalata, avranno capito quanto è radicato il vizio. Mi batto forte il petto e piango, perché ancora non riesco a smettere.
III.
GITA IN COLLINA
di Antonio Melillo
Il fisico e il viso in un ragazza e nulla più, diceva l’altra sera il vicino di pianerottolo.
Venne in mente mia sorella. Viveva nella casa in campagna, credendo che quello fosse il mondo.
- Tra quanto potrò salire sulla cima di quelle colline?; affacciandosi alla finestra; che cosa c’è di là? Il mare?
- No, è pericoloso, le ripetevamo tutti.
- E perché restano luminose quando qui è già sera?
- Sono più alte. Per questo non puoi salirci, sei piccola e faresti un bel ruzzolone. Lì ghiaccia anche in primavera.
- Tu ci sei stato? Allora quando sarò grande potrò andarci anch’io.
- Ma non ti basta passeggiare qui intorno? È bello, in piano e solo qualche breve salita, lì rischi di farti male.
- Ma attorno alla casa conosco ogni pietra, sai come mi divertirei ad arrampicarmi?
- E una volta arrampicata come farai a scendere?
- Da grande ci andrò, ho deciso.
- Va bene; tagliando corto, sperando che le tante distrazioni dell’età le facessero dimenticare quel desiderio.
Invece misurava la crescita a giorni, così aveva sempre sulle labbra la stessa domanda:
- Ora sono abbastanza grande per andare sulle colline?
L’attesa e l’adolescenza le fece venire una fastidiosa malinconia. Per distrarla la mandavamo più spesso a fare passeggiate nei dintorni, anche fino all’imbrunire. Non avevamo paura che potesse oltrepassare i cancelli, erano sempre chiusi, ma tale fiducia era mal riposta.
Una mattina, quando ancora tutti dormivamo, lei si svegliò di buon grado e varcò l’alta siepe in un punto che il giorno prima, durante una sua gita, aveva notato meno folto.
Accorti della sua assenza, venimmo presi da una fastidiosa ansia. Non temevamo che si potesse far male o essere rapita, la nostra preoccupazione era di una natura diversa.
Organizzammo con i vicini una vera spedizione di ricerca, rivolgemmo tutti un’andatura spedita verso quelle colline, sperando che non fosse partita troppo presto e quindi non fosse lontana, ci facevamo forza dicendo che aveva il passo breve.
Gridavamo il suo nome alternandoci, in modo che fosse sempre presente nell’aria.
Mia madre incominciava a preoccuparsi anche d’altro:
- Ma che mangerà se non la troviamo prima di pranzo?
Eravamo affannati dalle urla. Giunsi ai piedi di una di quelle colline; vi è un sentiero segnato con le tappe della Via Crucis: ad ogni stazione sculture votive corrose dal tempo. La salita è agevolata da scale, tra le cui fessure crescono erbe, piccoli fiori, muschio, che cogli anni hanno mandato fuori posto i gradini, senza perdere una solidità resistente per secoli. I bordi sono decorati da figure in rilievo, le cui dorature si sono sbriciolate e arrossate. Questi vengono restaurati ogni volta, come si nota dai leggeri segni delle scalpellate; anche l’edera è tagliata appena li avvolge. Su uno di quei gradini, in ginocchio, lasciai una preghiera.
Imbruniva la luce del crepuscolo, decidemmo io e la mamma di tornare a casa, sperando che fosse tornata da sola, invece mio padre insistette a cercarla.
Era così infatti: stava davanti al camino a inspirare quell’odore così familiare, scura come una nuvola di temporale. Appena ci vide si gettò tra le braccia di mia madre, quasi per fuggire a quell’idea. Capimmo da quel gesto che era accaduto il peggio:
- Raccontami tutto, figlia mia.
Disse che si arrampicò sulla collina più alta che vedeva dalla finestra della sua camera; era fremente mentre saliva, si strappò contro qualche rovo anche il vestito, ma era troppo desiderosa di giungere in cima. Lì si guardava attorno col sorriso di un bambino appena nato che percepisce per la prima volta il mondo, non voleva più scendere, voleva che le finestre della sua stanza si affacciassero su quella vista, ma dopo qualche ora, quando cominciava a comprendere il panorama, si rendeva conto che non vi era nulla di differente dai poggi della nostra tenuta: vedeva all’orizzonte altre colline, ma era già convinta che dalle loro punte non si sarebbe visto niente di diverso.
Eravamo dispiaciuti per lei che giunse a tale consapevolezza troppo in fretta, senza che nessuno l’avesse preparata.
Interruppe i pensieri il vicino:
- Tua sorella è una cara mogliettina, ma delle volte ha strani atteggiamenti; pestando una sigaretta.