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Giuliana Zeppegno, “L’autunno caldo dell’Università”

June 9th, 2009

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“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.”

DE ANDRÉ, Canzone del maggio

In una recente tavola rotonda svoltasi al termine del festival Torino spiritualità, cui fornivano lo spunto iniziale alcuni stralci dei discorsi elettorali di Obama, ma che ha finito ben presto col vertere sugli scottanti problemi nostrani, Antonio Scurati denunciava la progressiva perdita d’interesse dei giovani per la situazione del paese e per la politica tout court. Indifferenti e quasi beffardi di fronte alla caduta del muro di Berlino come alla prima guerra del Golfo – diceva – i figli dei contestatori del Sessantotto e le generazioni successive sembrerebbero aver smarrito, oggi più che mai, il senso della lotta. Nel tentativo di rintracciare nel fenomeno un bagliore di rinascita, concludeva poi auspicando che questo momentaneo “esilio del pensiero” potesse contenere i germi di forme inedite di partecipazione e prefigurare l’instaurazione di un nuovo rapporto dei giovani con il loro presente. Inesorabile la replica di Marco Travaglio (cito a memoria: “piacerebbe anche a me essere uno scrittore, per poter invitare il pubblico a una vacanza del pensiero, ma si dà il caso che io sia un giornalista…”), che non esita a denunciare come stereotipata e parziale l’immagine del giovane disamorato e sordo ai problemi collettivi e ad affermare l’esi-stenza di una gioventù, forse minoritaria, affatto diversa. Parte un applauso isolato nel pubblico. “Ecco” sorride amabilmente Travaglio, “ne abbiamo qui stasera un esempio”.

Quello che avviene nei giorni successivi nelle aule, negli atrii e nei cortili delle facoltà italiane è destinato a mettere clamorosamente in discussione, per chi ha la fortuna di assistervi direttamente o di attingere a una visione non distorta degli avvenimenti, l’immagine di una generazione abulica e incapace di attivismo politico, complicando agli occhi di molti (non ultimi quelli di chi scrive queste righe) un quadro solo apparentemente unitario e più di altri soggetto a rapide trasformazioni.

I fatti sono noti. Già contestato in sordina, durante l’estate, dai gradi più elevati delle gerarchie universitarie, il decreto legge 112 del 25 giugno 2008, poi legge 133 del 6 agosto, inizia a suscitare anche tra gli studenti, col ripopolarsi delle università, reazioni di sdegno e di allarme. La legge contiene infatti, sprofondati in un mare magnum di “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” (si tratta, di fatto, di un pezzo della finanziaria 2009), due articoli recanti modifiche sostanziali al sistema dell’università e della ricerca: da un lato stabilisce la possibilità, per le università italiane, di trasformarsi in fondazioni di diritto privato (art. 16) mediante un voto a maggioranza assoluta del Senato accademico e contestualmente decurta il FFO (Fondo per il finanziamento ordinario delle università) di oltre 500 milioni di euro per il triennio 2009-2011 (63,5 milioni di euro per l’anno 2009, 190 milioni di euro per il 2010, 316 milioni di euro per il 2011 ; cui si aggiungono tagli di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e 455 milioni di euro a decorrere dal 2013), rendendo di fatto più che plausibile se non decisamente obbligata per molti atenei, in un futuro prossimo, la scelta della privatizzazione. Dall’altro limita il turn-over del personale universitario (tanto docente quanto tecnico e amministrativo) al 20% per il triennio 2009/2011 e al 50% dal 2012 (art. 66), imponendo in altri termini un tetto massimo di due assunzioni per ogni dieci pensionamenti per i primi anni, poi di cinque ogni dieci.

Mentre nei singoli dipartimenti si moltiplicano le mozioni di protesta, l’ateneo torinese vede il formarsi, dal basso, di un’inedita aggregazione di forze, che non esita a designarsi assemblea e fin da subito rivendica, pur sottolineando l’intensa politicità delle proprie istanze e della propria azione, la sua totale estraneità ai partiti, siano essi parlamentari o extraparlamentari, così come ai sindacati e a qualsivoglia rappresentanza mediata. Come emerge dalla prima riunione (30 settembre), poi dal presidio presso il rettorato in occasione della seduta del senato accademico (6 ottobre), poi sempre più chiaramente via via che il nuovo soggetto si estende e struttura, a formare l’Assemblea No Gelmini sono soprattutto studenti universitari (alcuni dei quali membri dei diversi collettivi, altri alieni alla vita politica di ateneo), ma anche numerosi studenti medi, un folto gruppo di amministrativi precari (bibliotecari e tecnici) e diversi ricercatori, in prevalenza non strutturati (dottorandi, post-doc, assegnisti ecc.). I rapporti tra i docenti e l’Assemblea rimangono invece, fatta eccezione per alcuni soggetti, per lo più tangenziali: se l’adesione di molti professori alla protesta si traduce nella disponibilità a tenere lezioni all’aperto o a inaugurare i propri corsi con una presentazione della legge 133, nondimeno la No Gelmini mantiene, soprattutto nei confronti delle più alte sfere universitarie e in primis del rettore, un atteggiamento indocile a qualunque irreggimentazione, poi sempre più critico mano a mano che queste imboccano, con l’evolvere degli accadimenti politici, strade diverse.

I gruppi contestatari che vanno istituendosi parallelamente in tutti gli atenei italiani, con un’omogeneità di intenti e di strategie che farà parlare, di lì a poco, di un vero e proprio movimento studentesco (la cosiddetta Onda Anomala), non sono affatto soli: tutt’attorno si levano le voci di protesta di insegnanti e genitori scatenate dal d. l. 137 sulla scuola primaria, legge dello Stato (169/08) dal 30 ottobre, e mentre la gravità del momento agisce come un potente elettroshock sull’intorpidita popolazione studentesca e su ampie porzioni della cittadinanza la bella parola indignazione, masticata per anni, rabbiosamente, da pochi, torna a impossessarsi del dibattito pubblico. Tra settembre e ottobre la piazza si riscalda così dei passi e degli slogan di una collettività anomala, eterogenea, sulla cui comparsa e coesione nessuno avrebbe osato scommettere. “Il grande merito di questi provvedimenti” affermano a più riprese i ragazzi della No Gelmini, “è quello di averci messo tutti insieme”: venerdì 10 ottobre, a Torino, un corteo di almeno 40.000 persone tra studenti, ricercatori, precari, docenti, mamme, insegnanti, manifesta pacificamente, all’ombra di nessuna bandiera, contro provvedimenti unanimemente avvertiti come un attacco al carattere pubblico dell’istruzione.

All’assemblea No Gelmini del 13 ottobre si presenta una vera e propria folla, che l’atrio di Palazzo nuovo, sede delle facoltà umanistiche torinesi, stenta a contenere. Tra i numerosissimi interventi colpisce in particolare quello di un ragazzo vestito con un camice bianco, che senza la verbosità di altri studenti e anzi con quella gioia cui nessuna rivoluzione, piccola o grande che sia, dovrebbe mai rinunciare, propone ai presenti di vestire in pubblico, quanto più spesso possibile, il camice bianco in segno di protesta. Premiato da festosi applausi (l’iniziativa dei camici avrà largo seguito e permetterà a non pochi torinesi di venire a conoscenza, dagli autobus ai tavoli degli aperitivi, delle ragioni della mobilitazione studentesca), il ragazzo non si è ancora presentato e a differenza degli altri oratori si ostina a rimanere “lo studente col camice”, mentre quasi distrattamente ripete, con tono sibillino: “Ragazzi non è importante chi siamo, i nomi, qui, non sono importanti. Il fatto che in questa protesta i grandi assenti siano i partiti” continua, “è strano, e lascia senza dubbio perplessi, ma a pensarci bene non è così male…”.

Alla tavola rotonda tenutasi nell’atrio di Palazzo nuovo la sera del 23 ottobre ci sono davvero tutti: studenti universitari, ricercatori, dottorandi, studenti medi, mamme, insegnanti, operai, amministrativi precari. E di fronte alla testimonianza di un rappresentante di studenti medi che dichiara “Abbiamo deciso di collaborare con i nostri insegnanti… passiamo la notte nei nostri istituti, ma invece che di ‘occupazione’ preferiamo parlare di ‘autogestione con pernottamento’”; di fronte all’amarezza con cui un rappresentante di enti di ricerca pubblici spiega come oggi si sia costretti a disincentivare i giovani anche solo dall’intraprendere un dottorato; all’appello di un delegato della FIOM delle Meccaniche di Mirafiori che invita gli studenti a volantinare davanti ai cancelli delle fabbriche per spiegare agli operai contro cosa si sta lottando; alla battuta di un insegnante cinquantenne che esordisce proclamando: “Ciao a tutti. Sono un maestro. Non unico. E non voglio restare SOLO”; alla precisazione di chi, ammonendo contro facili paralleli col Sessantotto, nondimeno constata: “Sono passati quarant’anni, i tempi sono cambiati, ma i problemi sono rimasti gli stessi. Un tempo c’era tutto da guadagnare, adesso c’è tutto da perdere”; al messaggio della sindacalista francese che porta al movimento la solidarietà dei ricercatori d’oltralpe (gli stessi che, poco più di un anno fa, hanno vista premiata una battaglia per alcuni versi simile a questa[1]); di fronte a tutto questo viene fatto di pensare che forse, per la prima volta dopo anni, qualche cosa di nuovo si sta formando proprio là dove meno lo si aspettava, e che la retorica non ha nulla a che vedere con affermazioni come quella della madre che conclude: “Questa lotta ha in qualche modo rimesso in piedi qualcosa che ci eravamo dimenticati da molto tempo : il fatto di ragionare sul modello di società che vorremmo”.

A sorprendere inoltre, fin dai primi passi di una contestazione che ancora a ottobre appariva, anche agli occhi dei più disincantati, razionale tanto quanto ostinata, è l’enorme attenzione terminologica diffusa a ogni livello, e in particolare il deliberato sforzo di evitare sia le parole logore, talora abusate, proprie di altre battaglie, che gli slogan più facilmente strumentalizzabili dai media, i quali proprio nel corso di ottobre si stringono attorno alla protesta con crescente attenzione e voracità. In effetti, l’apartiticità e l’assoluta trasversalità che della mobilitazione sembrano costituire l’unica e condivisa bandiera rispecchiano tanto una situazione di fatto quanto una spontanea strategia di sopravvivenza: mentre a Palazzo nuovo lo stesso uso del colore rosso o delle K negli striscioni non manca di suscitare polemiche all’interno dell’Assemblea, qualcuno mette in guardia – scatenando il dissenso delle frange più politicizzate del movimento – contro l’uso di slogan politici, per la loro predisposizione a innescare, mediaticamente, erronee sovrapposizioni e strumentalizzazioni.

E la parola fatidica, una volta pronunciata, non cessa di funestare l’avanzare dell’Onda in tutta la penisola, rimbalzando dalle pagine dei giornali ai TG alle sempre più veementi riunioni studentesche. A detta del premier gli studenti sono strumentalizzati, col beneplacito di alcuni quotidiani, dai partiti extraparlamentari e dai sindacati. Non solo: sono strumentalizzati dai baroni universitari, in nome di una corporativistica difesa di privilegi di cui essi sarebbero gli sprovveduti complici (al contempo la tesi più diffusa e più paradossale, che non tarda a conquistare l’opinione pubblica contro ogni evidenza e coerenza logica). Gli studenti, per conto loro, rifuggono ogni strumentalizzazione come la peste, terrorizzati (prerogativa questa specificamente italiana) dalle possibili distorsioni operate dai mezzi di comunicazione e costantemente affannati a stabilire, per chi sta a guardare, la verità vera dei fatti. Strumentale secondo l’assemblea, infine, l’infiltrazione di un gruppo di estremisti di destra (Blocco studentesco) alla manifestazione romana del 29 ottobre, miccia di un vero e proprio combattimento armato che ha l’effetto di inquinare mediaticamente una protesta nata e cresciuta nel segno della non violenza, la cui inquietante concomitanza con le dichiarazioni rilasciate dal senatore Cossiga a “Il Quotidiano Nazionale” (quelle sulla strategia dell’infiltrazione e sulla necessità, una volta ottenuto il consenso dell’opinione pubblica, di riempire di botte i manifestanti[2]) suggerisce appunto al raziocinio di molti l’ipotesi di un’accorta, ad oggi indimostrata, strumentalizzazione.

Una delle azioni su cui la protesta si puntella sin dall’inizio è naturalmente, come da copione, l’occupazione delle facoltà, da intendersi sia come conquista di spazi autogestiti di confronto, controinformazione e organizzazione del movimento, che come gesto simbolico di opposizione. A Torino, il collettivo Il faggio degli studenti di Agraria è il primo a occupare, insediandosi dapprima nei prati adiacenti il campus e qui letteralmente campeggiando – con l’appoggio ufficiale del sindaco del Comune di Grugliasco, sede della facoltà – dal 7 di ottobre al 12 di novembre; poi migrando in alcune aule dell’edificio con l’irrigidirsi delle temperature. All’occupazione di Palazzo nuovo, tardiva rispetto a quella di altri atenei italiani, si giunge il 21 di ottobre, al termine di un corteo spontaneo, dopo interminabili confronti sulla sua opportunità e sul modo migliore di gestirla: lo spazio è ampio e difficile da tenere, il pericolo che vada tutto a catafascio per una qualunque disattenzione è dietro l’angolo, ma il gruppo di lavoro per la gestione dell’occupazione che si istituisce di lì a un giorno sembra lavorare bene e, fatta eccezione per la trasgressione al divieto di fumare dilagata nottetempo per l’intero edificio, fila tutto inaspettatamente liscio. Alcuni giorni prima, è stata occupata la facoltà di Fisica; il 3 di novembre gli studenti si installeranno nella palazzina Einaudi, sede delle facoltà di Scienze politiche e Scienze giuridiche; mentre a fine novembre persino il Politecnico, storicamente poco o nulla politicizzato, decreterà l’occu-pazione di un’aula studio. L’intensa partecipazione di quest’ultimo alla protesta è una delle sue anomalie più evidenti: se ancora a inizio ottobre fa sorridere la constatazione di uno studente di ingegneria che a un’assemblea No Gelmini si alza in piedi per constatare: “Ragazzi, la situazione è davvero grave se ha fatto muovere persino noi del Poli!”, verso fine ottobre al Politecnico prende vita l’Assemblea No Tremonti, parallela alla No Gelmini e promotrice tra le altre iniziative, il 7 novembre, di una partecipata controinaugurazione dell’anno accademico.

Le occupazioni delle varie facoltà costituiscono senza dubbio la spina dorsale della protesta, cui forniscono il baricentro, il cuore pulsante, lo spazio effettivo di ritrovo e riconoscimento. La presenza fisica dei banchetti nell’atrio di Palazzo nuovo, affollati di ragazzi freneticamente al lavoro spesso dalle prime ore del mattino, i pannelli con la sempre più imponente rassegna stampa quotidiana, il calendario sempre più fitto delle attività organizzate negli spazi occupati, la spillatrice della birra installata in un angolo e presa d’assedio durante le molte serate di autofinanziamento organizzate dalla No Gelmini (concerti, proiezione di film, dibattiti), trasmettono a chi guarda passando, a chi non dorme in quelle aule né condivide i pasti comuni, il senso di qualcosa di vivo e di saldo, la cui pertinacia e resistenza nel tempo varranno a dimostrare anche ai più scettici la sua estraneità al capriccio, al semplice gusto dell’avventura, del gioco per il gioco.

L’assoluto rispetto delle occupazioni per il normale svolgimento delle lezioni istilla però inevitabilmente, in molti fiancheggiatori della protesta, non poche perplessità: a Torino le lezioni sono sospese esclusivamente nelle giornate del 28 e del 30 ottobre, per consentire la partecipazione studentesca a due appuntamenti fondamentali della contestazione, mentre a Lingue la decisione di bloccare la cosiddetta didattica aggiuntiva (ossia quella svolta a titolo gratuito dai ricercatori non strutturati) proviene direttamente dal consiglio di facoltà. Per il resto, le lezioni proseguono indisturbate, trasferite spesso significativamente nelle piazze e sotto i portici, gomito a gomito con lo stupore delle vecchiette, con la curiosità dei passanti, con la commozione di chi s’imbatte per caso, alle 9 del mattino in mezzo al gelo di piazza Carlo Alberto, in una lezione di matematica con tanto di lavagna e bacchetta, e rimane a contemplare imbambolata l’assoluta imperturbabilità e naturalezza con cui studenti e docente si offrono, incappottati fino agli occhi, agli sguardi dei loro concittadini.

L’immagine dello studente ligio al dovere trattenuto brutalmente negli atrii delle facoltà dai suoi compagni facinorosi e impossibilitato a entrare a lezione appare quindi non soltanto assurda, ma francamente un po’ ridicola, e forse proprio per questo ha tanta presa sulla stremata opinione pubblica, che ormai fatica a registrare anche le più palesi contraddizioni. Afferma Silvio Berlusconi in data 22 ottobre con studiata, inquietante perentorietà, a proposito delle occupazioni in corso: “Convocherò oggi il ministro degli Interni. Darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine[3]”; salvo smentire il giorno successivo da Pechino: “Non ho mai detto né pensato che servisse mandare la polizia nelle scuole. I titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà[4]”; così, con la consueta disinvoltura, come una spensierata fata turchina che facesse sparire, al tocco della bacchetta magica, Cenerentola, la zucca e poi la stessa bacchetta magica. Tanto l’immagine dello studente che lotta in difesa dello status quo quanto quella del rivoltoso che lede i sacrosanti diritti dei suoi compagni di corso possono considerarsi il principale contrattacco che le istituzioni sferrano, almeno fino a un certo momento, contro la protesta studentesca, nonché la causa indiretta, più o meno cosciente, di non poche risoluzioni del movimento.

La decisione, lungamente dibattuta, di non bloccare la didattica risente infatti senza dubbio del timore di cadere nella trappola, di confermare, agli occhi della gente, i facili pregiudizi, di perdere insomma la battaglia d’informazione che gli studenti si sono trovati fin dall’inizio, giocoforza, a ingaggiare[5]. Tale decisione, che non è affatto meramente organizzativa, ma contiene in nuce il senso stesso della strategia seguita e dei suoi obiettivi, fa virare la mobilitazione verso una delle due direzioni che si aprono dinanzi a qualunque protesta: tra la “lotta” e il gesto simbolico, la No Gelmini sceglie quest’ultimo; tra l’azione di disturbo e l’impegno a informare, diffondere le proprie istanze, manifestare il proprio dissenso, l’Assemblea si attesta sul secondo fronte, imboccando una strada egualmente faticosa, ma meno scivolosa, meno esposta, la cui meta si lascia intravedere solo da lontano, e per di più avvolta nella nebbia. La medesima scelta sembra orientare la maggior parte delle azioni pubbliche del movimento: quando una folla di studenti incamiciati di bianco raggiunge in bici l’affollata sede della manifestazione Terra Madre (25 ottobre) per affiggere nell’ingresso i suoi cartelloni e informare dei gravi fatti italiani il pubblico internazionale che ne esce a fiotti, si limita a farsi strombazzare dietro da qualche automobilista e al Lingotto non cerca in nessun modo di sfondare il cordone di sorveglianza; quando gruppi di studenti penetrano nella metropolitana e vi organizzano delle miniconferenze informative, il servizio non ne è affatto disturbato ; quando durante l’imponente corteo del 30 di ottobre uno spezzone di studenti entra nella stazione di Porta Nuova, la disposizione degli urlatori è: “Facciamo un giro nell’atrio ma non occupiamo i binari”, e la decisione di saltare giù dalla banchina, presa da un gruppetto di ritardatari quando i più hanno già abbandonato la stazione, è isolata e priva di conseguenze; quando, infine, l’avanguardia del corteo studentesco che irrompe nella sede di Torino Incontra (28 novembre) cerca sconsideratamente lo scontro con le forze dell’ordine provocandone la carica, alla successiva assemblea è aperto dissenso tra i pochi partigiani del contrasto diretto e la maggioranza contrariata dall’episodio, assidua nel ribadire la non violenza come strategia (e come valore) irrinunciabile dell’agitazione.

A dominare la maggior parte dei dibattiti è insomma, più che l’efficacia degli interventi in relazione agli obiettivi della protesta (l’abrogazione degli articoli 16 e 66 della legge 133), il grande tema, poi l’ossessione, della visibilità. La questione è ben più complessa di quanto appaia e cela una retroscena che definirei in senso lato ideologico: se da un lato c’è chi caldeggia lettere aperte ai quotidiani, dialoga con le TV locali e spinge sul fronte del volantinaggio e dell’informazione all’interno, ma soprattutto all’e-sterno dell’università, dall’altro alcuni replicano che quel che conta è fare, e non fare per farsi vedere, ma fare e basta, anche in assenza di pubblico, telecamere e giornalisti. Sabina Guzzanti, invitata dal collettivo Bonobo di Scienze politiche, nel corso di una conferenza a tratti urtante per i toni un po’ troppo paternalistici adottati dall’artista ma svoltasi essenzialmente nel segno della solidarietà, affermava in merito il 10 di dicembre, centrando il cuore del problema (parafraso): “Non dovete preoccuparvi che vi riprendano, che i giornali parlino di voi. Se lo hanno fatto finora è unicamente per ragioni commerciali. Davvero volete piegarvi a questo sistema di informazione? Agite senza pensare ai media. Quello che fate in qualche modo arriverà alla gente, ma che arrivi o meno non deve essere un vostro problema”.

L’ultima settimana di ottobre è forse la più calda dell’intera contestazione : mentre il decreto 137 sulla scuola conclude il suo iter legislativo, anche a dispetto dell’opposizione dell’intero mondo dell’istruzione e delle migliaia di email pervenute al presidente della repubblica con la richiesta di non firmare la conversione in legge, il movimento torinese si prepara ad accogliere il ministro Gelmini, attesa presso l’Unione industriale in occasione di un congresso sulla meritocrazia il 28 di ottobre. Nonostante l’assenza del ministro, che diserta prevedibilmente l’appuntamento torinese come tutte le altre uscite pubbliche fissate nello stesso periodo, la sera del 28 migliaia di studenti e ricercatori sfilano sotto una pioggia battente lungo le vie del centro, raggiungono la sede del congresso e la tempestano a lungo di slogan di protesta. Due giorni dopo (30 ottobre), lo sciopero generale della scuola porta in piazza, a Torino, circa 150.000 persone. La manifestazione è impressionante per quantità di partecipanti, per eterogeneità, per rabbia, indignazione, gioia. Si sprecano gli striscioni esilaranti, gli slogan arguti (celebre di lì a poco la frase, gridata a pieni polmoni da un paio di manifestanti che mi sfrecciano accanto: “Berlusconi, i capelli li devi alla ricerca!”) e l’Assemblea No Gelmini regala un momento solenne, sfilando per via Pietro Micca, quando la musica s’interrompe e alcuni ragazzi leggono a turno il documento redatto al termine dell’assemblea il giorno precedente. Ribadendo “l’assoluta indipendenza dell’As-semblea da qualsiasi formazione istituzionale, partito o sindacato che sia” e al contempo rivendicando “la sua forte politicità nel contrastare gli attuali provvedimenti e nell’inserire la propria azione in un processo di cambiamento”, il movimento chiarisce la propria posizione rispetto agli spiacevoli avvenimenti romani del 29 ottobre ricordati sopra, fissando come irrinunciabile caposaldo della propria azione “l’adesione ai principi dell’anti-fascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo” e precisando: “Questa netta e definitiva presa di posizione dell’Assemblea vuole essere un modo per chiarire definitivamente che quegli studenti dell’estrema destra che in questi giorni stanno cercando strumentalmente di cavalcare il movimento non sono assolutamente rappresentativi del nostro comune sentire. I nostri contenuti non possono che essere differenti da quelli di coloro che, al di dentro o al di fuori del Parlamento, si fanno promotori di classi differenziate per i bambini immigrati nelle scuole primarie o che da sempre rivendicano privilegi per pochi e nostalgicamente si rifanno al Ventennio fascista. Con tutti costoro l’Assemblea non intende in nessun modo essere confusa, nonostante l’avversità da loro in certe occasioni espressa nei confronti dei provvedimenti legislativi di cui sopra”.

A fine ottobre l’efficienza organizzativa della mobilitazione è all’apice: la trafficatissima mailing-list è stata sostituita da una newsletter; l’assemblea, diventata itinerante per permettere a tutti di prendervi parte, si svolge a rotazione nelle diverse facoltà occupate a cadenza settimanale; la radio torinese indipendente Black out trasmette in diretta da Palazzo nuovo a partire dal 22 ottobre una finestra quotidiana sulla protesta; gruppi di lavoro portano avanti autonomamente i progetti più svariati, dal volantinaggio davanti agli stabilimenti delle fabbriche (gruppo Oltre), all’attività di informazione e coinvolgimento degli immigrati, ai sit-in in metropolitana (gruppo Metro), alla rassegna stampa, agli aperitivi letterari, all’allestimento di spettacolini teatrali (Teatro brechtiano dell’Onda), agli interventi informativi nelle aule universitarie e nelle scuole, alla documentazione dei momenti salienti della mobilitazione mediante foto e video, poi di un vero e proprio notiziario on line (TorinoOnda News ad opera del collettivo DAMS e MULTIDAMS). Le diverse facoltà organizzano, tra novembre e dicembre, numerose maratone didattiche (“Maratona dell’università” a Scienze politiche; “Fisica porte aperte”; “Medicina porte aperte”, ecc.), offrendo agli studenti e alla cittadinanza tutta un’incessante programmazione di conferenze dal mattino alla sera; ai coordinamenti dei ricercatori precari, istituitisi nel frattempo a latere della No Gelmini e ad essa legati da un rapporto costante di scambio e dialogo, si deve l’iniziativa “Ricerca in strada”, che vede i portici di Piazza Vittorio Veneto affollati, tra il 3 e il 6 di novembre, di ricercatori d’ogni rango e specie intenti a brevi conferenze e dibattiti aperti ai propri colleghi e agli infreddoliti passanti.

“Noi la crisi non la paghiamo”, slogan prevalente della protesta accanto ai più combattivi “Tremonti, Gelmini e Brunetta, non sapete l’autunno che vi aspetta” e “L’u-niversità non si tocca, la difenderemo con la lotta”, si trasforma intanto significativamente nella promessa “Noi la crisi VE LA CREIAMO” e l’impressione che promana dall’interminabile assemblea del 3 novembre, ospite della sede di Scienze politiche, è quella di una macchina ben oliata in tutti i suoi ingranaggi, non soltanto in moto ma lanciata a tutta velocità in una corsa difficilmente arrestabile. I dibattiti teorici delle prime assemblee hanno lasciato il posto a interventi estremamente operativi, cui seguono votazioni per alzata di mano e risoluzioni immediate; la scaletta giornaliera della mobilitazione è talmente fitta che uno dei problemi più urgenti è l’attenzione a non sovrapporre le iniziative in corso. La misura del livello di organizzazione raggiunta dalle occupazioni la fornisce l’intervento di uno studente che spiega: “Per questioni organizzative, l’occupazione di Fisica si è trasferita a Biologia. Per chi volesse venire a farci visita, ogni sera abbiamo assemblea, seguono seminari. Alle 19.30, il cuoco butta la pasta”. La misura della passione e della determinazione che anima la maggior parte di questi ragazzi, la dà invece l’intervento di Leonard, uno dei leader più seri e inconsciamente carismatici della protesta torinese, la cui proposta precipita in mezzo alla riunione come un macigno, accolta da un attonito, reverente silenzio, e da un consenso molto più alto di quanto ci si potrebbe aspettare. “Mi sono interrogato a lungo, in questi giorni, su come radicalizzare la lotta che stiamo conducendo” esordisce il ragazzo, le cui occhiaie tradiscono diverse notti di insonnia, “e sono arrivato alla conclusione che lo strumento più forte in nostro possesso, l’ultimo che ci rimane, è lo sciopero della fame”. La proposta di installarsi davanti alla Prefettura entro tende della protezione civile, assistiti dagli studenti di medicina, e digiunare per un tempo imprecisato in segno di protesta, che a qualcuno potrà apparire folle, anacronistica, sproporzionata rispetto alla situazione contingente, è il segno manifesto, eclatante, della profonda impasse in cui gli ultimi provvedimenti governativi costringono l’intero movimento studentesco. Scegliendo, alcuni giorni prima, di sospendere il “secondo tempo della riforma” (ma il primo non erano altro che tagli: di autentica riforma, ancora, non si è parlato), il governo ha lasciato intendere di voler imboccare, nella controffensiva alla protesta, la strada della scaltrezza, del calcolo ingegnoso, piuttosto che quella della repressione diretta. Vaticina uno studente nel corso dell’assemblea del 3 novembre: “Ragazzi, raccontarci che si stanno spaventando sarebbe vana autoillusione; quello che faranno sarà concederci qualcosina, per sgonfiare la protesta senza grandi clamori”.

Il decreto legge 180, presentato il 10 novembre, conferma alla lettera queste previsioni: esso introduce un discrimine (già lungamente contestato, per l’inadeguatezza dei parametri adottati[6]) tra i cosiddetti atenei virtuosi e quelli non virtuosi, destinando ai primi un bonus di finanziamenti ed elevando per questi il turn-over dal 20 al 50%, incrementando l’impiego del sorteggio nei concorsi per la docenza e stabilendo che almeno il 60% delle assunzioni possibili ai singoli atenei sia riservato a nuovi ricercatori, ma lascia sostanzialmente intatti i tagli stabiliti ad agosto, così come la possibilità giuridica, per le università, di convertirsi in fondazioni private. Il decreto-contentino, come viene spontaneo chiamarlo, raggiunge lo scopo desiderato. Da un lato, i coordinamenti dei ricercatori, degli amministrativi precari e l’intera Assemblea studentesca lo respingono come manovra insufficiente, torbida, ampiamente insoddisfacente non tanto per quello che dice (solo uno stolto negherebbe che il risanamento dei concorsi è impresa da intraprendere, in questo paese, il prima possibile, e nessuno studente si sognerebbe di difendere uno stato di cose a tal punto indifendibile), quanto piuttosto per quello che non dice: l’immane taglio ai fondi per l’università e per la ricerca e soprattutto la via aperta alla privatizzazione – che gli studenti denunciano quale il tassello definitivo apposto a un progetto di gran lunga antecedente a questi provvedimenti e nel quale individuano il loro bersaglio critico numero uno – rimangono ; solo che, come per magia, non fanno più scalpore. Dall’altro lato infatti – che è il lato forte, quello del potere, del calcolo, delle partite a scacchi – il rettore, le più alte cariche universitarie e un’ampia porzione della classe docente, dinanzi al decreto 180 si sfila immediatamente dalla protesta, accontentandosi di quel poco che essa è riuscita a strappare e dimenticandosi troppo in fretta che a strapparlo sono stati, prima di ogni altro, gli studenti.

L’assemblea allargata di ateneo del 13 novembre – che per lo spropositato numero dei partecipanti offre uno spettacolo davvero insolito e ispira un senso di autentica emergenza – provoca indignazione persino in chi veglia costantemente, come la sottoscritta, per preservare un minimo di distacco dagli eventi: l’intera prima parte, nel corso della quale prendono la parola il rettore e alcuni altri membri del senato accademico, è sostanzialmente un prolisso panegirico dell’Università degli Studi di Torino, a detta degli oratori l’ateneo più sottofinanziato d’Italia nonché uno dei più virtuosi tanto nella gestione dei fondi quanto nel piano reclutamenti, conseguentemente al riparo dal blocco delle assunzioni e a pieno titolo destinatario delle migliorie apportate dal decreto 180 alla legge 133. Non una parola è spesa sulla mobilitazione studentesca, né sulla drammatica situazione dei precari amministrativi e della ricerca, né tanto meno sull’ipotesi di proseguire, dall’alto, una qualche forma di battaglia contro i provvedimenti in atto. Pur ribadendo “che il patrimonio di conoscenze dell’Università è un bene pubblico inalienabile, bene comune di tutta la Nazione come sancito dalla Costituzione”, la mozione finale del senato dipinge di fatto il presente e il passato prossimo dell’ateneo torinese (parafraso il documento stilato al riguardo dal rappresentante del personale tecnico-amministrativo) come uno dei migliori mondi possibili, dilungandosi in “attese” (ci si augura una maggiore e lungimirante attenzione per il sistema universitario), “parziali soddisfazioni” (per il recente decreto correttivo), in palleggiamento di critiche (improvvisamente viene denunciata la perversità del 3+2 che ha “raddoppiato” i corsi di laurea ) e autocelebrazione.

Brusca la replica del delegato dell’Assemblea No Gelmini, che non senza una certa arroganza (scavalcando decine di interventi già prenotati ) respinge l’imbonimento del rettore e a nome dell’Assemblea gli chiede di prendere ufficialmente posizione tanto contro la 133 quanto contro il decreto 180, concludendo incisivamente con il monito, indirizzato all’intero senato accademico: “O siete parte della soluzione, o siete parte del problema”. La provocazione non suscita che un malcelato disagio e anche la mozione dei ricercatori precari contenente, tra le altre cose, la richiesta di inserire nello statuto di ateneo una norma atta quantomeno a ostacolare la trasformazione dell’università in fondazione, è lasciata cadere nel vuoto.

La sera stessa, un treno speciale di Trenitalia parte, carico di studenti, alla volta di Roma, dove per il mattino successivo (14 novembre) è indetta la manifestazione nazionale del movimento e dove nelle giornate del 15 e 16 novembre sono previste, presso l’Università La Sapienza, l’assemblea plenaria di tutti i gruppi mobilitati d’Italia e i lavori dei tre workshop dedicati rispettivamente a didattica, welfare, ricerca. La parola d’ordine lanciata sopra ogni altra dalla tre giorni di Roma è “autoriforma” e la prospettiva quella di una generale, riconquistata volontà progettuale nei confronti del sistema universitario e della ricerca. Con essa si inaugura la seconda fase della protesta studentesca, che all’opposizione alla legge 133 vede affiancarsi, a Torino come in altre città italiane, quella che potremmo chiamare la pars construens della mobilitazione, battezzata dal movimento torinese, con una formula eloquente quanto ossimorica, il Cantiere dell’Onda. Muovendo dalla critica alla legge 133 (senza la cui parziale rimozione qualunque progetto per un’università migliore risulta vano e irrealizzabile), il Cantiere si presenta, fin dalla sua prima riunione il 19 di novembre, come uno spazio di dibattito entro il quale raccogliere ed elaborare proposte per un’università alternativa, strutturato al suo interno nei cinque gruppi di lavoro rivolti ai grandi temi della democrazia interna, della didattica, del welfare e del diritto allo studio, della sostenibilità ambientale, della ricerca. Pur arrestandosi necessariamente al livello propositivo, le attività del Cantiere rispondono degnamente alla scontata critica delle istituzioni secondo la quale gli studenti saprebbero solo essere contro e non proporrebbero mai nulla, e valgono a testimoniare meglio di qualunque replica l’autenticità, l’impellenza, la profonda necessità della contestazione in corso.

Oltre al già citato diverbio sulla non violenza (è il momento di stabilire, per i prossimi faccia a faccia con la polizia, se le mani vanno tenute abbassate, alzate, o in avanti, consapevoli che da decisioni di questo tipo sogliono dipendere le sorti di interi movimenti), nel corso dell’assemblea tenutasi a Fisica il 1 di dicembre emerge l’annoso, controverso problema della rappresentabilità. Che l’Assemblea No Gelmini e la mobilitazione tutta siano irrappresentabili, e che cioè le loro istanze non possano né debbano essere delegate a nessuno fuorché all’Assem-blea stessa, sembra essere convinzione di molti, nonché una delle conclusioni della plenaria romana e uno dei maggiori punti di convergenza con i movimenti del Sessantotto, da cui l’Onda tiene tanto spesso a distinguersi. Ma se la diffidenza verso sindacati e partiti extraparlamentari trova giustificazioni più che plausibili, quella nei confronti delle rappresentanze studentesche può suscitare – e di fatto suscita – diverse perplessità : ci si potrebbe chiedere, a questo proposito, come sia possibile che nel pieno della protesta, quando ci si aspetterebbe che il favore e il sostegno degli studenti andassero interamente ai collettivi mobilitati, a detenere la maggioranza studentesca siano CL e FUAN. Ci si potrebbe rispondere che il motivo determinante è l’astensione dal voto dei fiancheggiatori della protesta e dei suoi stessi partecipanti, proprio in nome di un principio d’irrappresentabilità che si rifiuta di riconoscere, in un sistema che condanna fin dalle fondamenta, strumenti utili all’abbattimento o al perfezionamento di quello stesso sistema. Si potrebbe allora continuare a discutere, chiedendosi quanto e fin dove debba spingersi la radicalità di queste posizioni, e da che punto in poi smetta semplicemente di valerne la pena. Si tratta di questioni oltremodo delicate, che l’Assemblea No Gelmini non risolve, o non risolve che in apparenza, o non ha il tempo – data la brevità della sua avventura e la fugacità del suo momento teorico – di svolgere fino a una soluzione condivisa.

Intanto gli eventi precipitano, fuori e dentro l’Italia: mentre il mondo esulta per l’elezione del primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti, in Grecia la rivolta studentesca contro la recente riforma universitaria si trasforma, a seguito dell’uccisione dello studente quindicenne Alexander Andreas Grigoropoulos da parte di un poliziotto dei corpi speciali greci cosiddetti “Blue Suits”, il 6 dicembre, in una vera e propria guerriglia urbana; a dispetto di tutte le rassicurazioni degli esperti la crisi finanziaria mondiale investe prepotentemente l’economia reale e dà avvio a quella che da lì a poco sarà chiamata, senza più indugi, la recessione globale; a Rivoli (To) il 22 di novembre l’improvviso crollo del soffitto del liceo Darwin provoca la morte del diciassettenne Vito Scafidi e quattro feriti gravi, suscitando numerose polemiche sulla sicurezza degli edifici scolastici e inasprendo la mobilitazione in atto; il 5 di dicembre, a poche ore dalle dichiarazioni con cui la Cei (Conferenza episcopale italiana) minaccia la mobilitazione delle scuole cattoliche nel caso in cui i tagli preventivati dalla finanziaria non vengano ritirati, il governo promette di ripristinare i fondi per le scuole private cattoliche[7], sommando così al danno della 133 una beffa talmente colossale e sfacciata – per tutti gli studenti mobilitati in difesa dell’istruzione pubblica come per il popolo italiano in genere – da non essere percepita che a stento e suscitare reazioni molto più flebili del dovuto.

Ricalcando più o meno consapevolmente il percorso battuto dai giovani del Sessantotto, tra novembre e dicembre l’Assemblea No Gelmini intreccia la propria lotta a quella di diversi gruppi e movimenti contestatori, forgiandosi un’identità sempre più precisa ma anche smarrendo, necessariamente, quella compattezza che le dava l’essere scesa in campo con un obiettivo pratico quanto circoscritto. Solidarizza così, mediante confronti spesso arricchenti e produttivi, con il movimento No-Tav della Val di Susa, con la protesta degli operai cassaintegrati e dei precari dei call-center, con le richieste basilari degli immigrati e dei rifugiati politici (“casa, lavoro, residen- za”; “noi abbiamo già pagato” recitano gli striscioni della rete migranti), con la protesta degli studenti greci e tutte le vittime della repressione poliziesca (il 20 dicembre il Politecnico di Atene ha indetto una giornata di mobilitazione internazionale contro tutti gli omicidi di stato), con l’ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia), con le vittime della guerra in Congo, con gli operai della Thyssen (il 6 dicembre, primo anniversario della tragedia delle acciaierie ThyssenKrupp, gli studenti sfilano accanto agli ex lavoratori e lavoratrici dello stabilimento; il giorno successivo alla tragedia di Rivoli, un corteo studentesco aveva interrotto la proiezione di un film del Torino Film Festival al motto “di scuola e lavoro non si può morire” e “da Rivoli alla Thyssen per non dimenticare”).

Nel frattempo, con il concludersi della fase più eclatante della protesta, i riflettori abbandonano la mobilitazione degli studenti, attratti da scoop più freschi e più appetibili, e la stessa assemblea torinese, che pure non interrompe le sue attività se non durante le festività natalizie, vede il progressivo assottigliarsi delle sue fila, vuoi per stanchezza dei singoli membri, alcuni dei quali sfibrati da oltre due mesi di occupazione; vuoi per scoramento dinanzi a una situazione stagnante da troppo tempo e visibilmente priva di sbocchi; vuoi per fisiologico esaurirsi di una forza rimasta sostanzialmente inascoltata, intenta da oltre tre mesi a lanciare sassolini contro il muro di perfetta, totale indifferenza che il governo le ha svagatamene opposto.

Lo sciopero generale indetto dalla CGIL il 12 di dicembre vede a Torino, come in altre città d’Italia, un’adesione inferiore alle aspettative: al corteo sono presenti, in mezzo alle bandiere del sindacato e a quelle dei partiti della sinistra extraparlamentare, gli striscioni dei ragazzi della No Gelmini e quello dei ricercatori precari delle scienze umane, mentre il mondo della scuola, forse confuso dalla notizia mattutina sulla presunta marcia indietro del ministro sulla 137, poi smentita, diserta ampiamente la piazza. A mezzogiorno la manifestazione si è già dispersa, eccezion fatta per uno spezzone studentesco che prosegue fino all’Unione industriale e qui si macchia di un episodio increscioso (alcuni studenti, probabilmente medi, incendiano in segno di protesta alcuni copertoni), poi duramente condannato nel corso della successiva assemblea.

Tra il 21 e il 23 di dicembre i vari collettivi universitari decidono di interrompere, almeno provvisoriamente, le occupazioni in atto, e le attività dell’Assemblea vengono quasi interamente sospese fino al 9 gennaio. Il giorno precedente ha visto la conversione in legge del decreto 180 (legge 1/09) e con essa il suggello definitivo al processo contro cui si battono dall’inizio dell’autunno migliaia di studenti e ricercatori in tutta Italia. Ma all’as-semblea del 9 e alle successive, ben più fiacche e spopolate delle precedenti, si parla soprattutto del recente attacco israeliano a Gaza e delle iniziative di solidarietà con le vittime, mentre la ricostruzione di quella portentosa macchina che il movimento ha messo in moto nei mesi precedenti è sollecitata da diversi partecipanti con energia immutata ma convinzione, a quanto sembra, sempre più vacillante.

Sottolineando le differenze tra l’Onda e il movimento sessantottesco, un comunicato dell’Assemblea No Gelmini del 29 ottobre proclamava: “Negli anni Sessanta quegli studenti e quelle studentesse si rivoltarono contro la generazione dei loro padri. Noi oggi, ci troviamo paradossalmente ad invidiare i nostri genitori e le loro antiche sicurezze. Per i ragazzi del Sessantotto immaginare un futuro migliore, lottare per esso era un obbligo che il loro tempo imponeva ; noi siamo stati definiti generazione ‘no future’, senza futuro. Oggi essere studenti e studentesse e lottare immaginando un altro futuro è già di per sé un atto di coraggio. Vorrebbe esserci negata la possibilità stessa di immaginare l’alternativa. La nostra mobilitazione vuole riprendersi questa possibilità e nel farlo sta agendo un altro modo di praticare la politica e di dare senso a quest’ultima”.

Le divergenze rispetto a quegli anni appaiono evidenti (incommensurabile al movimento sessantottino per estensione e intensità teorica, l’Onda è comprensibilmente estranea alla lotta di classe, non conosce la capillarità né la generalità del primo, non ne ha la rabbia repressa, la coesione, la durata), ma alcune convergenze ci sono, e ci sono perché ineluttabili. Le strade della protesta, le sue strategie e gli strumenti a disposizione, infatti, non sono infiniti. Idearne di totalmente nuovi, inventarsi un volto inedito della lotta – ossessione di questa protesta e inaggirabile compito di qualunque contestazione – è un’impre-sa non soltanto ardua ma quasi impossibile. Anche i finali a disposizione non sono, ahimè, infiniti. Per quest’avventura – che pure rimane il segno tangibile, indelebile, di una lucidità e di una volontà di impegno che si temevano del tutto scomparse – si lascia prevedere un finale amaro. Unico auspicio di chi sta a guardare le ultime sfilacciate stazioni di questo percorso è che all’ultimo esso riesca a contraddirci e sorprenderci, come ha già fatto, ancora una volta.
FONTI SUPPLEMENTARI

Testi delle leggi 133/08, 169/08 e 1/09

Blog Assemblea No Gelmini

Blog Collettivo Il faggio

Blog Collettivo DAMS & MULTIDAMS

L’internazionale surfista, L’esercito del surf. La rivolta degli studenti e le sue vere ragioni, Roma, Derive Approdi, 2008

Enciclopedia del Sessantotto, Roma, Manifestolibri, 2008


Il riferimento è alla mobilitazione degli studenti e dei lavoratori francesi, nella primavera del 2006, contro il CPE ( Contrat première embouche, contratto di primo impiego ), conclusasi con la marcia indietro del governo e la sostanziale vittoria del movimento.>

« “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno”. Ossia ? “In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”. Gli universitari, invece ? “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”. Dopo di che ? “Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”. Nel senso che… “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”. Anche i docenti ? “Soprattutto i docenti”. Presidente, il suo è un paradosso, no ? “Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo ? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza : un atteggiamento criminale !” ». Intervista di Francesco Cossiga a « Il Quotidiano Nazionale », 23/10/2008, cit. in http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=32976406 ( questa e le fonti elettroniche citate in seguito sono state consultate in data 24/01/2009 ).

Mi piace ricordare, a questo proposito, il vivace articolo di Curzio Maltese uscito su « La Repubblica » del 25 ottobre, per la rubrica SCUOLA & GIOVANI : « Nell’aula della Statale che fu il tempio dei liderini sessantottini, da Capanna a Cafiero […] assisto a un collettivo sul tema della comunicazione. Discorsi ruvidi ma affascinanti. Del tipo : “Occupazioni, slogan, cortei, tutta roba che puzza di vecchio. Dobbiamo inventarci ogni giorno una cazzata buona per i notiziari, fare come lui. Il Berlusca quando deve distrarre l’attenzione dal taglio del tempo pieno che fa ? Scatena il dibattito sul grembiulino”. E quindi vai con le trovate. Un giorno la lezione in piazza sfidando i capannelli, un altro il sit-in coi libri sulle linee del tram, un altro ancora i messaggi in bottiglia da distribuire ai passanti, poi la festa aperta a tutti ( “un momento ludico ci vuole” ). “Qualcuno ha un’altra idea ?”. Sembra una riunione creativa di pubblicitari. Marco prende la parola : “Bisogna trovare il modo di non farsi criminalizzare. Di non farsi fottere come i lavoratori dell’Alitalia o i fannulloni dell’impiego pubblico o gli immigrati delinquenti. Se ci trovano un’etichetta, tipo che siamo comunisti o non vogliamo studiare, ce l’abbiamo nel c…” ». 25/10/2008, La Repubblica

In sintesi, è considerato virtuoso un ateneo che non sfora il limite del 90 % del FFO per le spese di personale. Gli altri parametri di efficienza – che dovrebbero essere ridefiniti a breve dal Civr ( Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca ) e dal Cnvsu ( Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario ) – risultano ad oggi legati a dati prevalentemente quantitativi quali il numero degli iscritti, il numero dei laureati, il numero delle pubblicazioni annue dei docenti, e trascurano ampiamente la valutazione della didattica e in generale il coinvolgimento degli studenti nelle operazioni valutative.

Solange Chavel Criticism

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