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Benedetta Tobagi, “La voce delle vittime delle stragi”

May 13th, 2009

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Questo testo è stato letto al convegno “Denuncia. Speaking up in modern Italy”, tenutosi alla casa italiana Zerilli-Marimò, presso la New York University, nel marzo del 2009.

In omaggio all’articolo di Pasolini che è il punto di partenza di questo convegno, oltre che per ragioni di brevità, concentrerò il mio discorso sulle attività collegate alla memoria delle stragi. Premetto però che tali attività si svolgono in organico collegamento a iniziative incentrate sulle vicende del terrorismo di sinistra e le sue vittime. Un’impostazione analoga, vorrei aggiungere, può essere valida anche per vittime delle mafie.

Innanzitutto, alcuni dati: tra il 1969 e il 1980, avvengono in Italia sei stragi, bombe collocate in luoghi pubblici per creare terrore indiscriminato nel disegno di favorire una svolta autoritaria o un più generico spostamento a destra dell’asse politico, hanno fatto ben 128 morti. Lunghissimi iter processuali hanno permesso di giungere all’individuazione e alla condanna degli esecutori materiali solo in due casi (Bologna e Peteano). In nessun caso si è arrivati alla condanna dei mandanti.

Un quadro sconfortante che potrebbe indurci a ritenere che siamo ancora fermi al grido di Pasolini nel 1974: “Io so, ma non ho le prove”.

Non è così. Nonostante i vergognosi esiti giudiziari, infatti, si sono compiuti passi avanti significativi nella conoscenza dei fatti. Nelle pieghe dei fascicoli processuali, milioni di pagine, ci sono innumerevoli indizi e anche molte di quelle prove che Pasolini chiedeva alla classe politica di produrre. Non tutte – per questo non si è pervenuti a condanne definitive – ma molte sì.

Passando dalla logica giudiziaria alla ricerca storica, sulla base della ricostruzione del contesto politico interno e internazionale e delle molte evidenze accumulate dai magistrati, possiamo attribuire con certezza le stragi ad organizzazioni terroristiche neofasciste o neonaziste. Nel caso di piazza Fontana, nell’ultimo processo celebrato nel 2000, sulla base di nuove prove si è giunti ad accertare la colpevolezza di Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi erano stati assolti nei tre gradi di giudizio di un processo precedente, quindi, secondo il principio del ne bis in idem, non più condannabili. E’ tuttora in corso, 34 anni dopo il fatto, il processo per la strage di Brescia: al banco degli imputati anche un generale dei Carabinieri, imputato per depistaggio delle indagini. A prescindere da quello che sarà l’esito del procedimento, l’istruttoria ha prodotto una messe di nuovi documenti, che saranno presto a disposizione dei ricercatori.

Dobbiamo però registrare che il peso delle prove ormai acquisite è quasi sempre ignorato, quando non volutamente occultato, dai media e dal dibattito pubblico. Il sapere sociale è sempre contaminato dal potere. In questo caso, esso si impegna attivamente per distogliere l’attenzione da verità scomode: non solo la colpevolezza di un’estrema destra che ha molti “vecchi amici” nell’attuale parlamento[1], ma anche le responsabilità accertate di alcuni settori degli apparati di sicurezza dello Stato nell’offrire appoggio, protezioni, vie di fuga ai terroristi imputati per strage e a depistare le indagini distruggendo prove o diffondendo falsi indizi. Tende a cementificarsi un luogo comune sulle stragi impunite, le stragi senza colpevoli, che diventano nella vulgata corrente: le stragi su cui non si può affermare nulla di certo[2]. Non più di un anno fa, la terza carica dello Stato, il presidente della camera Gianfranco Fini ha affermato in un dibattito televisivo in prima serata che “le stragi restano un mistero”, senza qualificare l’affermazione. Il giornalista non l’ha corretto. Che si tratti di ignoranza, superficialità o volontaria disinformazione, oggi ci troviamo dunque a confrontarci con una sfida differente, che è la continuazione ideale della battaglia condotta da molti magistrati, intellettuali e settori della società civile durante i processi. Non deve disperdersi lo sdegno per la terribile normalità della pratica delle stragi, usate e lasciate impunite dal potere. Noi sappiamo, abbiamo alcune prove indubitabili, e non vogliamo che la verità sia nascosta o rimossa.

Questa sfida è ben sintetizzata in una frase di Kundera: “La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio”[3]. Approfondire, conservare e diffondere la verità sulle stragi, infatti, non riguarda soltanto una pagina luttuosa della storia italiana, ma è parte integrante di una più ampia battaglia contro gli abusi e l’impunità del potere.

Il magistrato Roberto Scarpinato, con il libro Il ritorno del principe. La criminalità dei potenti in Italia offre una rilettura complessiva della storia italiana dall’età moderna a oggi che ci consente di cogliere appieno la valenza del problema. Egli considera infatti le vicende della strategia della tensione, le molte stragi consegnate all’impunità, uno degli epifenomeni dell’“eterno Principe italiano”, ossia il volto osceno di un potere che non esita a servirsi della violenza - dei terroristi neofascisti come dei criminali mafiosi - in funzione del consolidamento del proprio potere e la salvaguardia dei propri interessi[4].

Come annunciato dal titolo, voglio approfondire in particolare il ruolo e il potenziale della voce delle vittime in questa denuncia che si perpetua nei decenni, oltre i ritmi frenetici delle emergenze dell’attualità, che consuma velocemente gli scandali e gli sforzi di denuncia di pochi intellettuali e giornalisti coraggiosi.

Carlo Lucarelli ha più volte sottolineato l’importanza del ruolo svolto dalle organizzazioni dei parenti delle vittime nella ricerca della verità: “Senza parenti e vittime costituiti in una sorta di opinione pubblica organizzata per fare pressione sulle istituzioni e mantenere alta l’attenzione della gente sull’argomento, episodi come la strage di Bologna o quella di Ustica, solo per fare un esempio, sarebbero rimasti ancora più misteriosi di quello che sono. Anche in questo caso, come per quello della controinformazione, è toccato alla gente, la gente comune, mettersi assieme per farsi da sé e meglio qualcosa che altri avrebbero dovuto fare come dovere istituzionale. E anche questo dimostra come sia poco normale il Paese in cui viviamo”[5].
Le vittime delle stragi e del terrorismo vivono una situazione peculiare: la loro esperianza traumatica si colloca al crocevia tra la dimensione pubblica e quella privata. La vittimologa Susanna Vezzadini ha lavorato approfonditamente sulle interviste raccolte da sopravvissuti e familiari delle vittime, individuando il Leitmotiv delle loro posizioni in due elementi:

1) il bisogno di riconoscimento, approfondito da Ricoeur[6]. Esso si collega organicamente alla domanda di verità. Il riconoscimento del trauma patito dai sopravvissuti e i familiari delle vittime non può prescindere dal fatto che lo Stato individui e punisca gli autori delle stragi, e laddove è mancata la giustizia dei tribunali, attendono che lo Stato se ne assuma pubblicamente la responsabilità. Purtroppo, le vittime vivono la sofferenza perdurante non solo dell’ingiustizia subita, ma anche dell’oblio e del misconoscimento da parte delle istituzioni.

2) il “bisogno di comunità”, come recentemente tematizzato da Zygmun Bauman[7]. Con la loro urgenza di verità e giustizia, le vittime possono svolgere una obiettiva funzione civile contro oblio, “il valore fondante di ogni società, l’aspetto irrinunciabile per tornare a dare vita a quell’ideale di comunità che il crimine ha violato. Una giustizia che ha pertanto una profonda connotazione altruistica, riguardando la salvaguardia dei valori democratici”[8].

In questo modo, il superamento individuale del trauma si combina con un fenomeno di più ampia portata: la trasformazione del ruolo simbolico della vittima nella società. Da soggetto temuto, da neutralizzare, in quanto potenzialmente portatore di istanze di vendetta, la vittima diviene agente promotore di verità, prima giudiziaria e poi storica, e si inserisce nel disorso pubblico come portatore di conoscenze e valori utili ad un miglioramento del tessuto civile della comunità. Questo passaggio è benefico anche per l’individuo: io stessa posso testimoniare, a partire dal mio vissuto, quanto sia fecondo poter uscire dal ruolo di vittima costretta al silenzio o strumentalmente esibita in pubblico per trasformarsi in testimone che elabora idee e strumenti per partecipare attivamente al dibattito pubblico. Anche per questo sono qui.

Nel saggio breve Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia[9], Ricoeur propone un originale approccio dialettico al problema del male, non solo teoretico, ma articolato in tre momenti complementari: pensare, agire, sentire. Queste parole-chiave sono linee guida per l’azione anche nell’ambito della memoria traumatica della violenza terroristica di ogni matrice, declinata in forme e modalità differenti e complementari.

Il pensiero razionale si esercita sulla comprensione dei fatti e dirige il momento dell’azione perché la conoscenza sia preservata e divulgata, agendo nella società presente, e ad esso s’innesta il sentire, che porta il valore aggiunto dell’empatia come frutto dall’esperienza e dai valori rappresentati dalle vittime: empatia come garanzia del rispetto per l’essere umano, che deve essere sempre considerato come fine e mai esclusivamente come mezzo sacrificato agli interessi della politica.

Vediamo dunque come le vittime dei terrorismi hanno cercato di attuare queste linee d’azione. Le associazioni dei familiari hanno dato l’impulso alla creazione di centri denominati “Case della Memoria”.

La prima Casa della memoria è nata a Brescia nel 2000, con la partecipazione bipartisan delle istituzioni locali. Significativamente, essa nasce da una ferita inferta alla piazza cittadina, storicamente sede del comizio, della vita popolare, inclusa la protesta: da essa scaturisce un centro che ambisce a svolgere la funzione sociale di trasmettere il senso del passato di una comunità[10].

Una Casa della Memoria per il terrorismo e le stragi sottolinea, sin dal nome, la centralità della dimensione della memoria. Essa si definisce in relazione al piano del mero ricordo e all’oggettività della storia. Se il ricordo è la semplice impronta di esperienze passate sulla coscienza, il sociologo Giovanni Moro spiega che “la memoria è la capacità di dare un posto al ricordo e in questo modo di farlo diventare parte dell’identità”[11]. Questa centralità nasce dalla consapevolezza dell’importanza della funzione pubblica della memoria di determinati accadimenti, consapevolezza che nasce dalla percezione di un vuoto, di una lacerazione inferta alla società intera dal terrorismo. Il farmaco è allora “una memoria pubblica, viva ed attuale, indispensabile alle nuove generazioni, in quanto specchio del grado di civiltà di un popolo e collante identitario per tutti coloro che vi si riconoscono”[12]. Essa “è un atto che si compie tra vivi ed è volto a legare tra loro individui al fine di costruire una coscienza pubblica […] ha un valore pragmatico, serve per fare, dice oggi che del passato si è trattenuto qualcosa, e che quel qualcosa ha arricchito la nostra capacità di agire”[13].

La memoria è il campo dell’esperienza, del vissuto, contiene una forte carica di soggettività, un tratto che la differenzia dalla storia e che rivendica come valore.

Quanto agli scopi e alle attività, la Casa della Memoria è un centro di raccolta di documenti, tra cui anche testimonianze, in primo luogo delle vittime (voce finora del tutto ignorata), ma non solo. Essa, però, non vagheggia la costruzione di un’impossibile “memoria condivisa” (un termina che fa pensare alla “Mulino Bianco history”, come la definisce Pivato, che appiattisce, banalizza, cancella contrasti e differenze[14]). Ricoeur ci è di nuovo d’aiuto: nella Casa della memoria può trovare la sua sede naturale la costruzione di una memoria collettiva si può impostare a partire dalla fenomenologia dell’intersoggettività di Husserl, mediante la costruzione simultanea, mutua e incrociata della memoria individuale e della memoria collettiva[15].

Oltre alle testimonianze, raccoglie e archivia documenti: in primo luogo, vi sono confluiti fondi di documentazione di privati (ex magistrati, ricercatori, attivisti politici), e copie dai fascicoli processuali delle inchieste sulle grandi stragi, digitalizzati, così da poter creare ampie banche dati su cui svolgere ricerche veloci e incrociate.

In parte archivio, ma non museo. La Casa della Memoria mira a superare la dimensione commemorativa, obbedendo piuttosto a una vocazione pedagogica: organizza corsi di formazione per insegnanti, fornendo strumenti didattici per affrontare la storia degli anni Settanta e dei terrorismi; organizza inoltre incontri di approfondimento per gli studenti delle superiori su temi specifici, che spesso prevedono la partecipazione di testimoni degli eventi (vittime, magistrati, politici, etc.).

Centrata sulla memoria, ma in relazione con la storia. Mantiene viva la relazione con i centri di ricerca e le università. Non svolge supplenza dell’accademia, ma promuove iniziative culturali, dibattiti, convegni, presentazioni di saggi. Un impegno di divulgazione delle recenti acquisizioni della storiografia per contribuire all’arricchimento del “senso comune storiografico” su basi scientificamente corrette: divulgare, ricordiamolo, non significa per forza volgarizzare.

A Brescia è nata attorno ad un evento singolo, la strage, sebbene l’interesse spazi ad abbracciare tutta la “memoria inquieta” degli anni Settanta.

Il progetto che faticosamente sta prendendo forma a Milano deve confrontarsi con le ferite di una città che è stata epicentro di stragismo, terrorismo di sinistra e violenza politica. Si vuole superare un’annosa, spesso pretestuosa, contrapposizione, tra vittime “di destra” e “di sinistra”, dovuta assai più a interferenze politiche che non alla sensibilità delle vittime. Voler coprire tutti gli aspetti, ovviamente, crea grosse difficoltà nel rapporto con le istituzioni locali: ad esempio, laddove la destra è al governo, il discorso pubblico sullo stragismo è particolarmente ostico da far accettare. Ma questa, direbbe Lucarelli, è un’altra storia – spesso sconfortante.

C’è in cantiere una casa della Memoria anche a Padova, epicentro sia dell’eversione neofascista che del fenomeno, negletto dagli storici, del “terrorismo diffuso” alimentato dall’Autonomia Operaia Organizzata.

La Casa della Memoria mantiene un forte ancoraggio con le vicende locali. La dimensione territoriale è compensata dal collegamento con altre realtà affini sparse sul territorio. Il veicolo principale è rappresentato dalla “Rete degli archivi per non dimenticare”. Essa è nata in occasione di un convegno a Roma il 19 dicembre 2006, che ha radunato i rappresentanti delle principali associazioni di vittime del terrorismo, alcune associazioni di vittime di stragi mafiose e numerosi centri di documentazione pubblici e privati (titolari di fondi cartacei, audio, audiovisivi, etc.) che si occupano di movimenti politici e sindacali, terrorismo, stragi, eversione, criminalità organizzata nell’Italia repubblicana[16]. Tali centri di documentazione hanno particolare importanza in Italia in ragione della pessima politica archivistica nazionale, che non cura il regolare versamento dei fondi dagli archivi correnti a quelli storici e tarda a rendere accessibile la documentazione governativa (nonostante una legge recente abbia fissato il termine del segreto a trent’anni)[17]. Essi sono insostituibili quando si tratti di ricerche relativamente ad aspetti diversi dalla classica storia politica.

La Rete degli archivi è un semplice network di associazioni; non ha personalità giuridica, ma si configura piuttosto come un’“associazione di scopo”. Recentemente, abbiamo stretto un accordo con la Fondazione Libera (contro le mafie), per coordinarci e cooperare attivamente sia sul versante della promozione di una migliore prassi archivistica, per la cultura della documentazione e per le attività di formazione.

Tra le attività principali in cui è impegnata da due anni a questa parte:

- pressione sulle istituzioni per maggiore trasparenza nella politica archivistica, sfruttando in questa direzione il peso morale della voce dei familiari delle vittime, ad esempio per l’accesso al vasto archivio accumilato dalla Commissione parlamentare sul terrorismo e la mancata individuazione dei responsabili delle stragi;

- censimento e diffusione di info sugli archivi disseminato sul territorio relativamente ai temi di interesse;

- promozione di progetti digitalizzazione atti giudiziari e commissioni parlamentari d’inchiesta, per facilitarne e velocizzarne la consultazione;

- coordinamento di progetti di formazione per docenti e studenti delle scuole superiori.

La Rete, purtroppo, patisce gravemente per la carenza di fondi, oggi più che mai grave (il Ministero dei Beni Culturali ha decurtato drasticamente persino le risorse destinate agli Archivi di Stato[18]).

Queste esperienze hanno finora dimensioni ridotte, e spesso faticano a trovare appoggi istituzionali, ma restano a mio parere dei modelli d’azione significativi e, soprattutto, sintomatici di un’attitudine diversa e nuova di approcciare il tema della memoria. In un momento di intensa crisi e sfiducia verso la politica e le istituzioni nel loro complesso, che l’impegno di quel particolare segmento della società civile rappresentato dalle vittime – persone che spesso hanno patito direttamente gli effetti del volto osceno del potere – sia orientato alla promozione dei valori fondanti della democrazia, mi pare un segnale particolarmente prezioso, che richiama le coscienze di tutti i cittadini a un coinvolgimento attivo per riempire di nuovi significati i concetti di denuncia e partecipazione democratica.

Ho aperto con Pasolini, vorrei chiudere con Roberto Saviano. Il secondo “mentore” di questa conferenza, pochi giorni fa (21 marzo 2009), di fronte alle decine di migliaia di persone che hanno marciato a Napoli in memoria delle vittime di tutte le mafie, ha commentato con emozione che si trattava di “un evento epocale”.


Si veda ad esempio il recente documentario Nazirock di Claudio Lazzaro (Feltrinelli, 2008), sui collegamenti tra vecchi e nuovi neofascisti.

Si potrebbero produrre innumerevoli esempi dalla stampa quotidiana, ricordo solo due recenti interviste, riprese con grande rilievo da vari quotidiani, al venerabile maestro della loggia segreta P2 Licio Gelli, «Le stragi ci sono sempre state e sempre ci saranno perché non c’ è ordine» (“Repubblica”, 1 novembre 2008) e al faccendiere della stessa loggia, Francesco Pazienza, che ha rilanciato ((“Repubblica”, 30 gennaio 2009) la pista mediorientale per la strage di Bologna (Pazienza , Gelli e gli ufficiali del SisMi Musmeci e Belmonte sono stati condannati in via definitiva per depistaggio nell’inchiesta sulla bomba della stazione).

M. Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, 1998.

Roberto Scarpinato con Saverio Lodato, Il ritorno del principe. La criminalità del potenti in Italia, ed. Chiarelettere, Milano, 2008, soprattutto pag 52 e sgg. e pag. 211 e sgg.

M. Veneziani, Controinformazione, Castelvecchi, Roma 2006, p. 12.

Paul Ricoeur, Ricordare, perdonare, dimenticare. L’enigma del passato, il Mulino, Bologna, 2004.

Susanna Vezzadini, La vittima di reato tra negazione e riconoscimento, Clueb, Bologna, 2006, pagg. 117 e sgg. e pag. 145.

Ibidem, pag. 120.

Paul Ricoeur, Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, Morcelliana, Brescia, 1993.

Cfr. Stefano Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 63.

Giovanni Moro, Anni Settanta, Einaudi, Torino, 2008, pag. 21.

S. Vezzadini, La vittima, cit., pag. 120.

David Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino, 2009, pag. 11.

Stefano Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 63.

Paul Ricoeur, Ricordare, cit., pag. 59.

I. Moroni, C. Venturoli, “Archivi in rete per non dimenticare”, in “Storia e Futuro”, n. 13, febbraio 2007.

Si vedano articoli di P. Craveri e B. Tobagi su “Il Sole 24 Ore”, 27 aprile 2008.

Si veda ad esempio M. Guercio, membro dimissionario del Consiglio superiore dei beni culturali, su “L’Unità”, 26 febbraio 2009.

Solange Chavel Criticism

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