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	<description>literary non-fiction</description>
	<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 12:03:42 +0000</pubDate>
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		<title>Giovanni Tuzet, Claudio Sciaraffa, Antonio Melillo, &#8220;Micromondo&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 11:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Solange Chavel</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Text]]></category>

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		<description><![CDATA[Versione PDF
I.
VIOLA
di Giovanni Tuzet
Profumo di viole incanta un Oscuro
(G. Trakl)
Viola l’ho conosciuta in un locale messicano a Bologna, uno di quei posti dove si mangiano piatti piccanti e si balla sui tavoli. Ma non aveva niente di messicano. Ricordava quelle figure femminili ritratte, forse è meglio dire sfumate, appena sfumate, nei libri inglesi dell’Ottocento. Era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="wp-content/uploads/2009/09/micromondo.pdf">Versione PDF</a></p>
<h2 style="text-align: center;">I.<br />
VIOLA</h2>
<p style="text-align: center;"><strong>di Giovanni Tuzet</strong></p>
<p><em>Profumo di viole incanta un Oscuro</em><br />
(G. Trakl)</p>
<p>Viola l’ho conosciuta in un locale messicano a Bologna, uno di quei posti dove si mangiano piatti piccanti e si balla sui tavoli. Ma non aveva niente di messicano. Ricordava quelle figure femminili ritratte, forse è meglio dire sfumate, appena sfumate, nei libri inglesi dell’Ottocento. Era pallida, magra e molto alta. Con i lineamenti appena irregolari. Un vestito di velluto e i capelli neri, lunghi e lisci. Ricordo che i miei amici si erano avvicinati al tavolo delle ragazze, parlavano e scherzavano. Lei no e questo mi aveva immediatamente attratto. Riuscii a strapparle qualche riposta. Poi anch’io facevo il misterioso. Ebbi comunque il numero di telefono e due giorni dopo la chiamai, senza trovarla.<span id="more-180"></span><br />
Una sera incontrammo ancora le sue amiche, in una discoteca vicino alle Due torri. Una si premurò di dirmi che Viola non poteva esserci, aveva le sue cose. Il dettaglio mi colpì: perché mai un’amica dovrebbe dirmi questo? Pensai che l’amica fosse un po’ scema. Mi sfiorò il pensiero che anche Viola lo fosse, viste le compagne. Ma subito mi corressi: Viola era diversa da loro, molto diversa. Viola le aiutava, il suo altero silenzio le faceva riflettere ogni tanto. Doveva essere così. Però non riuscii a trattenere un altro pensiero: che Viola fosse con un ragazzo. Pensavo ai lineamenti irregolari.<br />
La trovai al telefono qualche giorno dopo. Ebbi un appuntamento, a cui arrivai trafelato e con una macchina non mia. Suonavo ancora il contrabbasso all’epoca, avevo delle prove nel pomeriggio da quelle parti e la mia macchina era in carrozzeria. Arrivai con la lunga macchina di un amico, diesel, goffa. Trovare parcheggio fu un’impresa.<br />
Bevemmo qualcosa in un locale molto buio scelto da lei. Era vestita in nero, con gli occhi affondati nel trucco. Sentivo persino un profumo di viole, l’incanto dell’Oscuro. C’era una larga candela sul tavolo. Con le dita modellava la cera ancora calda. Iniziai a fissarla e quando si accorse di essere osservata, tirò la maglia a coprire le mani. Mi fece sorridere.<br />
Oggi non ricordo assolutamente di cosa parlammo. Ma parlai quasi sempre io. Ci fermammo sotto casa sua mentre continuavo a parlare. Forse lei aspettava che la baciassi, non diceva niente. Io cercavo di prendere tempo, mi sforzavo di trovare argomenti per fingere una conversazione, magari per crederci. Rimanemmo lì diverso tempo, con il contrabbasso disteso nel retro. Quando fu molto tardi e il silenzio ingombrante, pensai che oltre non avrei potuto. Si lasciò baciare senza la minima resistenza e il minimo trasporto.<br />
Viola non si fece trovare per diversi giorni. Mi dicevo che forse non ero stato abbastanza deciso, forse le ero sembrato inconcludente, un pasticcione, uno che parla troppo. Ma anche il pensiero di non essere il solo mi tornò. Che Viola uscisse con un altro, con altri? Che non si facesse trovare per questo? Che avesse un calcolo delle sere? Questo mi tornava in mente: Viola che modellava la cera e nascondeva le mani.<br />
Finalmente la trovai e uscimmo una seconda volta. Di quella sera non ricordo neanche il locale. Ricordo che dopo ci allontanammo dalla città, trovai un posto buio e fermai la macchina. La mia macchina, questa volta. E non c’erano indugi. Si lasciò togliere la maglia, la maglietta, il reggiseno. Sdraiata in silenzio sul sedile abbassato. Si lasciò togliere le scarpe, i pantaloni, il resto. Mi misi ad accarezzarla, a baciarle la pelle. Io ero ancora completamente vestito, con il cappotto. Immaginai che iniziasse a togliermi qualcosa. Le guardavo i seni che non aveva. Aspettavo. Ma non si muoveva, intanto cominciavo ad avere caldo. Baciandola ancora sentii con le dita se fosse eccitata e lo era. Ma continuava a rimanere immobile. Io iniziai a innervosirmi. Non capivo che cosa aspettasse, che senso avesse una cosa del genere. Volevo togliermi il cappotto ma aspettavo una sua mossa, anche una minima parola, un tremolio nelle anche. Iniziai a pensare che così non va, che ci vuole entusiasmo, partecipazione… Anche con gli altri faceva così? Mi meritava? Non ero lì per arrangiarmi! Basta, non sentivo più il profumo di viole. Sentivo una specie di risentimento verso quell’immobilità, tutto il fastidio e il peso del cappotto.<br />
Le dissi di rivestirsi. Poi non ci sentimmo più.<br />
Ma di Viola mi è rimasto un nodo: lasciare le cose a metà non mi è mai piaciuto, ho sempre cercato di finirle. Me lo ha detto mia nonna di Ferrara: voi che venite dal Friuli siete della razza dei tedeschi, con il chiodo in mezzo alla testa. Il chiodo? Quello degli elmetti con la punta in cima, nella Prima guerra mondiale. Sarà. Mi sembrava ridicolo telefonarle ancora passato tanto tempo, però mi sarebbe piaciuto ritrovarla. Ogni tanto capitavo nei locali dove immaginavo potesse essere. La cercavo con lo sguardo: mai vista.</p>
<p>Anni dopo capito a una festa in campagna, una sera di giugno. È un vecchio casolare vicino al fiume, in una zona molto isolata fra campi di grano e frutteti. Ci sono tavoli di legno imbanditi, tovaglie bianche e grandi caraffe. Mentre sono a dire chissà quali sciocchezze versando da bere, mi trovo davanti l’amica scema. Ha sempre i capelli corti e tinti di rosso, i pantaloni stretti in fondo e larghi sui fianchi. Lei è contenta di vedermi. Le chiedo di Viola. Un po’ indugia, poi si mette seria e mi dice che Viola è morta. Si è ammalata ed è morta, non trova altre parole. Io rimango così, con il bicchiere in mano, senza chiedere altro.<br />
In quella arriva il padrone di casa che la saluta e non ha sentito. Mentre si mette a scherzare con lei, mi allontano e salgo al fiume. È un argine con le erbe molto alte, cui la casa dà le spalle e che poco prima si snoda in una curva insolita per questa pianura. Guardo le luci della casa e l’imbrunire avanzato, poi mi atteggio a una domanda solitaria rivolto ai frutti sulla terra. “Spighe ondeggianti a sera, ombre dorate della tristezza, ditemi che cosa ha scontato”. “Era un corpo passato dal freddo al caldo. Da latitudini gelate alla calda Emilia, dalle severità alle distrazioni”. E se penso a me? Non suono più, non soffro. Me la passo, mi concedo delle serate mondane dove si conversa amabilmente e si balla con malizia.<br />
Ridiscendo pensieroso. Hanno iniziato a ballare attorno ai tavoli, sull’aia, della musica elettronica. Mi metto a ballare con l’amica scema, a cui hanno versato abbondantemente da bere. Le verso miele e ancora vino, applaudo all’orchestra invisibile e mi felicito con le stelle. Le volteggio attorno, sempre più, ammicco, mi stringo, fingo d’allontanarmi. Amica, amica che balli con malizia, non ricordi nei miei passi qualcosa che ci manca ancora? Non senti un profumo di viole? Avanti… avvicinati… non senti che puoi farci felici, tutti finalmente? Avvicinati, lasciati attraversare.</p>
<h2 style="text-align: center;">II.<br />
IL TEMPO</h2>
<p style="text-align: center;"><strong>di Claudio Sciaraffa</strong></p>
<p>Pazzesco. Ciò che mi è successo è del tutto straordinario.<br />
Da diversi mesi aspettavo di incontrare una ragazza speciale ma non credevo sarebbe successo in un posto come quello e tantomeno in un modo così rocambolesco. Il locale era all’aperto, l’estate era appena cominciata e già l’aria piana e umida colmava i pochi spazi lasciati dai ragazzi, tutti abbronzati, curati nel look e negli atteggiamenti. Mentre con passo lento cercavo di raggiungere il bar, conciliando a fatica la voglia di guardare tutte le donne con quella di apparire disinteressato e sprezzante, una ragazza che gesticolava ampiamente, non vedendomi, mi ha sferrato una gomitata in pieno volto. Ripeto, desideravo una persona in grado di colpirmi, lei l’aveva fatto molto bene. Il naso è una zona delicata, gli occhi si sono riempiti di lacrime e le prime gocce di sangue hanno macchiato la mano che istintivamente avevo portato al viso. Sedendomi sul gradino lì a terra sentivo le sue mani che assecondavano il mio movimento e la sua voce che chiedeva scusa. Naturalmente ero, se non arrabbiato, stizzito fino a quando, alzando la testa per fermare in qualche modo il sangue, ho incontrato i suoi occhi, meravigliosi, e i suoi capelli, di un nero brillante, e il suo viso dolcissimo. E le sue gambe, giovani, lucide, geometriche. Si è seduta accanto a me, mi ha dato dei fazzoletti e mentre mi chiedeva scusa con insistenza non ricordavo neppure più cosa dovessi perdonarle. Avevo voglia di ringraziarla, semmai. L’ho tranquillizzata, ‘non è niente’, ‘capita’. Poi ho trovato il coraggio: ‘come minimo devi invitarmi a cena’. La frase si è rivelata vincente, ha sorriso e il momento, da drammatico che era, è diventato comico. Abbiamo parlato tutta la sera e ci siamo scambiati i numeri di telefono. Simona il suo nome, proprio una ragazza interessante.<br />
Come promesso mi ha invitato a cena e tornando a casa ci siamo baciati a lungo. Durante il bacio le sue mani erano impazienti, cercavano ciò che le labbra non potevano avere. La seconda sera sono andato da lei, sua madre era fuori. La camera di una ragazza di vent’anni si carica di un senso quasi religioso: le bambole, gli oggetti colorati e multiformi senza un’utilità, i diari, i biglietti appesi alle pareti come finestre su un mondo che non c’è più, tutto è reliquia dell’infanzia. Quanto è stato eccitante fare l’amore sul suo letto, con i peluche compressi dietro la schiena e le foto di quand’era bambina che sembravano guardarci.<br />
Dopo un paio di settimane mi sono trovato a cena da lei, questa volta con sua madre. Voleva presentarmela. Vivono da sole, il papà di Simona è morto o, forse – dalle loro battute non si capiva – se n’era andato via. È straordinario ciò che mi è successo quella sera. Durante la cena, mentre parlavo con sua mamma del mio metodo di studio, Simona continuava ad accarezzarmi la gamba con il piede nudo. La cosa era imbarazzante ed eccitante allo stesso tempo. Simona era esperta, lo faceva con disinvoltura mentre mangiava con appetito; io cercavo di non tradirmi. La cosa pazzesca è che d’un tratto Simona si alza per prendere una bottiglia d’acqua ma il suo piede resta sulla mia gamba. Lo sguardo della mamma mi ha gelato, credo che il cuore abbia cessato di battere per qualche secondo. Quando Simona è tornata al tavolo ho continuato a fingere ma in un senso del tutto diverso. Lei era una bella donna, le guardavo entrambe. Le cose belle di Simona le ritrovavo nel viso della madre, come la stessa mela che da acerba diviene matura.<br />
Per il sabato successivo Simona mi aveva incaricato di procurare tre biglietti per il concerto del suo cantante preferito, sarebbe venuta con noi anche una sua amica. Ho preso al volo l’occasione regalandole solo due biglietti, dicendo che erano gli ultimi rimasti e che non c’erano problemi, mi avrebbe fatto piacere se fosse andata con la sua amica, del resto lo aspettavano da così tanto. Mi ha ringraziato per quello che credeva un gesto d’amore. Il pensiero di sua mamma, l’attesa di sabato, era troppo eccitante. Sabato sera sono andato da lei, mi aspettava. Siamo rimasti sulla porta a fissarci, gli occhi erano agitati, la lingua inumidiva le labbra. Era da poco uscita dalla doccia, i capelli dietro al collo erano ancora bagnati e la sua pelle profumava. La situazione era irresistibile, in pochi secondi i nostri vestiti erano sparsi lungo una scia che portava dall’ingresso al letto. Più si è consapevoli di peccare e più il peccato è gustoso. Ci siamo cercati, rincorsi, graffiati, con quella violenza che rende il sesso meraviglioso: la colpa pesava su entrambi come il desiderio di punire e di essere puniti.<br />
Cosa pensa una madre che va a letto col ragazzo della figlia? Mi chiedevo mentre si rivestiva. Sarebbe seguita una reazione di profondo sconforto, oppure un grande pianto, o forse una scenata isterica. Mi ha guardato in modo freddo e mi ha chiesto di vestirmi e andare via, cominciava ad essere tardi. Lucida, calma, serena. Sono uscito di casa senza entusiasmo. Ho acceso una sigaretta<a href="#note1">[1]</a>.<br />
Che situazione! Ma la cosa davvero straordinaria è accaduta la domenica successiva, quando mi trovavo a pranzo da Simona e sorridevo a entrambe sicuro della mia incolumità ed anzi, forte del mio segreto. D’un tratto, e la cosa è così pazzesca che non so se riuscirò a raccontarla, suona il campanello, Simona va ad aprire e, eccola, sua nonna.</p>
<div id="ftn">
<p><a name="note1">[1] </a><br />
LA COLPA.<br />
La prima boccata la tiro lunga, mi piace sentire il fumo nei rami più remoti dei polmoni, e pensare a mio padre. Quando espiro tutto svanisce e con la nuvola dissolta riappare la città. Non lo rivedo da quel giorno. Scesi per comprare le sigarette, e grazie a questo sono ancora vivo. Oppure: scesi per comprare le sigarette, e per colpa di questo mia mamma e mai sorella non ci sono più. Colpevoli di aver nascosto il pacchetto di mio padre, volevano che smettesse. Prima della seconda pugnalata, avranno capito quanto è radicato il vizio. Mi batto forte il petto e piango, perché ancora non riesco a smettere.</div>
<p style="text-align: center;">
<h2 style="text-align: center;">III.<br />
GITA IN COLLINA</h2>
<p style="text-align: center;"><strong>di Antonio Melillo</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong><br />
</strong></p>
<p>Il fisico e il viso in un ragazza e nulla più, diceva l’altra sera il vicino di pianerottolo.<br />
Venne in mente mia sorella. Viveva nella casa in campagna, credendo che quello fosse il mondo.<br />
- Tra quanto potrò salire sulla cima di quelle colline?; affacciandosi alla finestra; che cosa c’è di là? Il mare?<br />
- No, è pericoloso, le ripetevamo tutti.<br />
- E perché restano luminose quando qui è già sera?<br />
- Sono più alte. Per questo non puoi salirci, sei piccola e faresti un bel ruzzolone. Lì ghiaccia anche in primavera.<br />
- Tu ci sei stato? Allora quando sarò grande potrò andarci anch’io.<br />
- Ma non ti basta passeggiare qui intorno? È bello, in piano e solo qualche breve salita, lì rischi di farti male.<br />
- Ma attorno alla casa conosco ogni pietra, sai come mi divertirei ad arrampicarmi?<br />
- E una volta arrampicata come farai a scendere?<br />
- Da grande ci andrò, ho deciso.<br />
- Va bene; tagliando corto, sperando che le tante distrazioni dell’età le facessero dimenticare quel desiderio.<br />
Invece misurava la crescita a giorni, così aveva sempre sulle labbra la stessa domanda:<br />
- Ora sono abbastanza grande per andare sulle colline?<br />
L’attesa e l’adolescenza le fece venire una fastidiosa malinconia. Per distrarla la mandavamo più spesso a fare passeggiate nei dintorni, anche fino all’imbrunire. Non avevamo paura che potesse oltrepassare i cancelli, erano sempre chiusi, ma tale fiducia era mal riposta.<br />
Una mattina, quando ancora tutti dormivamo, lei si svegliò di buon grado e varcò l’alta siepe in un punto che il giorno prima, durante una sua gita, aveva notato meno folto.<br />
Accorti della sua assenza, venimmo presi da una fastidiosa ansia. Non temevamo che si potesse far male o essere rapita, la nostra preoccupazione era di una natura diversa.<br />
Organizzammo con i vicini una vera spedizione di ricerca, rivolgemmo tutti un’andatura spedita verso quelle colline, sperando che non fosse partita troppo presto e quindi non fosse lontana, ci facevamo forza dicendo che aveva il passo breve.<br />
Gridavamo il suo nome alternandoci, in modo che fosse sempre presente nell’aria.<br />
Mia madre incominciava a preoccuparsi anche d’altro:<br />
- Ma che mangerà se non la troviamo prima di pranzo?<br />
Eravamo affannati dalle urla. Giunsi ai piedi di una di quelle colline; vi è un sentiero segnato con le tappe della Via Crucis: ad ogni stazione sculture votive corrose dal tempo. La salita è agevolata da scale, tra le cui fessure crescono erbe, piccoli fiori, muschio, che cogli anni hanno mandato fuori posto i gradini, senza perdere una solidità resistente per secoli. I bordi sono decorati da figure in rilievo, le cui dorature si sono sbriciolate e arrossate. Questi vengono restaurati ogni volta, come si nota dai leggeri segni delle scalpellate; anche l’edera è tagliata appena li avvolge. Su uno di quei gradini, in ginocchio, lasciai una preghiera.<br />
Imbruniva la luce del crepuscolo, decidemmo io e la mamma di tornare a casa, sperando che fosse tornata da sola, invece mio padre insistette a cercarla.<br />
Era così infatti: stava davanti al camino a inspirare quell’odore così familiare, scura come una nuvola di temporale. Appena ci vide si gettò tra le braccia di mia madre, quasi per fuggire a quell’idea. Capimmo da quel gesto che era accaduto il peggio:<br />
- Raccontami tutto, figlia mia.<br />
Disse che si arrampicò sulla collina più alta che vedeva dalla finestra della sua camera; era fremente mentre saliva, si strappò contro qualche rovo anche il vestito, ma era troppo desiderosa di giungere in cima. Lì si guardava attorno col sorriso di un bambino appena nato che percepisce per la prima volta il mondo, non voleva più scendere, voleva che le finestre della sua stanza si affacciassero su quella vista, ma dopo qualche ora, quando cominciava a comprendere il panorama, si rendeva conto che non vi era nulla di differente dai poggi della nostra tenuta: vedeva all’orizzonte altre colline, ma era già convinta che dalle loro punte non si sarebbe visto niente di diverso.<br />
Eravamo dispiaciuti per lei che giunse a tale consapevolezza troppo in fretta, senza che nessuno l’avesse preparata.<br />
Interruppe i pensieri il vicino:<br />
- Tua sorella è una cara mogliettina, ma delle volte ha strani atteggiamenti; pestando una sigaretta.</p>
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		<title>Laura T. Di Summa, &#8220;Sufficient and necessary conditions to remember&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 11:07:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Solange Chavel</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Criticism]]></category>

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		<description><![CDATA[Versione PDF
On the shelves of bookstores memoirs have slowly conquered a separate location, one that seems to belong both to fiction and non-fiction, history and narrative, detachment and emotions. My aim is to try to disentangle this confusion by drawing on what is specific of memoirs and their cognitive understanding. Broadly speaking, memoirs are forms [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="wp-content/uploads/2009/09/laura1.pdf">Versione PDF</a></p>
<p>On the shelves of bookstores memoirs have slowly conquered a separate location, one that seems to belong both to fiction and non-fiction, history and narrative, detachment and emotions. My aim is to try to disentangle this confusion by drawing on what is specific of memoirs and their cognitive understanding. Broadly speaking, memoirs are forms of encounter. When I start reading a memoir I am, at first, attempting to learn something about somebody who happens to be both the author and the character. I am, in other words, committing myself to a fictional element –reading a story about a character- without for this reason precluding an interest in an actual story, something that truly happened. But the blend between fiction and non-fiction does not simply stop at the dichotomy between character and author; it involves a reflection on content, on what is said, on how it is said –the narrative structure- and also on what, following from the latter point, is unsaid in memoirs. <span id="more-173"></span></p>
<p>Memoirs will be analyzed under the framework of narratives, and, more specifically, literary narratives. Memoirs, I will argue, represent an interesting case of study in the way narratives are defined, experienced and understood. A first question will dwell on the more general problem of narratives, on their use, and on the possible ways in which their coordinates can be described. Narratives in memoirs do, on this respect, present a specific structure and trigger a subsequent learning response that opens to a further analysis of the author and the reader. Such a consideration stems from another crucial issue: memoirs are decisional and intentional encounters. I, author, present myself to an audience I do not know, and I tell them something about myself. Two problems immediately follow; the first one is how, as an author, I decide to uncover myself as the subject of my own memoir. How will I construct my story, and how is the construction going to bear on its being not only created by the author but also received by an audience? Secondly, how is the reader going to feel memoirs? Are memoirs responses to certain expectations, or are they openings to deeper levels of cognition?<br />
In the course of this paper I will analyze these problems and their relation to another problem that I find specifically crucial in the case of memoirs, namely, learning. If we focus on the importance of learning we can try to build a tentative taxonomy of the main features of memoirs. I will divide this paper according to what I take to be some of the most important features of memoirs starting from the most general to the most specific. My analysis will start with a description of narratives and the importance of narratives that does not exclusively belong to memoirs. I will then enter more specific features of memoirs; their structural components and the more debatable ethical value. I will finally conclude with what I take to be the strongest point of memoirs, namely, their capacity of displaying the self, the character. In the last section I will consider how the encounter with the person also includes the reader, the encounter with the author of a memoir is also an encounter with ourselves.</p>
<h2>What do we mean by memoir</h2>
<p>In this paper I aim to maintain a narrow notion of memoirs. The genre I am concerned with is the one of literary memoirs. Literary memoirs are not simply autobiographies, they are not, in other words, a mere chronological collections of facts. Literary memoirs aim at a higher goal, they are a description of the person where the person, and so the author, is not solely describing or reporting his or her life, but narrating, and in part, as it will emerge in the end of the paper, discovering it together with their own self. Authors of memoirs put themselves as characters, they, in a sense, construct, or reconstruct a character around the experienced facts of their lives. Lives become forms of creative construction, and the memoir, in itself, unfolds the character as a discovery; the discovery of a personality that does not appear in the pedantic enlisting of facts. We assist to the disclosure, through memoirs, of a mechanism of self-consciousness and self-clarification that is not necessary in a more simple historical analysis. The revealing of a consciousness, of a person, is a mechanism abundantly used in literature where characters are entirely fictional. But there is more than a creative and literary technique. Treating themselves as characters, as the subject and object of the memoirs, authors invest cognitive energies not only in the analysis of events, but in the possibilities that these events had to offer to the them. Writing a memoir can also lead to imaginatively reconstruct the past and the ordering of memories. It is through writing that life actually assumes a specific shape. Life can be treated in terms of “bios”, of organic existence –I was born, and I died, or I am going to- but it can also be the description of something we need to discover, and more strongly to accept. It is only in the latter sense that memoirs take shape. Specifically memoirs are forms of encounters with the very author of the memoir. Olney refers to the “shaping” of memoirs as “life-writing”. Life-writings involve, according to Olney, the practice of “weaving”. A crucial element in weaving a life is creation, and, more specifically, creation according to a pattern. The author of a memoir has to find the best way to get to a description of his own life, a description that not only reports fact, but that reports facts according to a chosen structure. I will not enter the specificity of each technique, but I will, in the course of the paper, emphasize some passages showing how different structures have been adopted to unfold events in the author’s life. Also, memoirs imply selection: only certain events will be told in order to get to the specificity of the life of the author and of the very same author. The final portion of the paper will be dedicated to the implications and difficulties of “weaving”; finding an expression to the self is not always easy, neither for the authors of memoirs nor for their audience.<br />
There are several steps that need to be made before getting to the “learning of a person” in memoirs. I will begin from the most general. These are aspects that memoirs share with other forms of narratives. When we focus on memoirs as a form of literary narration, we need to start by clarifying what we intend narratives to be in a less specific way. The considerations that we can draw on narratives apply to memoirs as well as to other genres. Briefly sketching some of the important elements necessary to call something a narrative helps us understanding the most direct structural features of narratives that will further lead to more complex forms of unfolding, and finally of learning through memoirs. In what follows I will present two elements of narratives that emphasize the importance of narrative construction in both the structuring of a story and, even more strongly, in the development of our reason and folk psychological skills. For what concerns the structuring of narratives I will rely on Carroll’s account of narrative closure; to instead ground narratives as one of the most basic and necessary paths in our development, I will rely on the scientific contribution of Hutto and his account of folk psychological narratives. The remaining part of the paper will instead try to create a taxonomy of the constitutive elements of memoirs, from the use of structure, to ethical learning to finally the importance, in memoirs, of the discovery of the character, a discovery in which we also participate as readers.</p>
<h2>Structural Considerations on Narratives.</h2>
<h3>1. Narrative Closure</h3>
<p>Dealing with the structure of narratives, Carroll provides an interesting account that fits well with the description of memoirs I want to provide. Although his account is not genre-specific, his presentation of narratives closure and the importance of causal mechanisms and macro-questions can be seen as an initial step in the analysis of some of the elements characterizing memoirs. These features can be used as a framework for the most specific characterization of memoirs I will try to provide later in the paper. One of the first points to be analyzed is then what we mean by narrative closure and how closure obtains through relevant questions and causal connections. We experience narrative closure when a sense of finality and completeness is given; when we feel that nothing is left unsaid. What should not be left unsaid is a response to one or more fundamental macro-questions, and eventually a set of micro-questions, that the story presents. As he writes:</p>
<blockquote><p>Narrative closure obtains when it is the description of the causal nexus or parts thereof that generates the presiding macro-questions and the subordinate micro-questions that rivet our attention and which finally answers them, thereby eliciting a sense of completeness in us<a href="#note1">[1]</a>.</p></blockquote>
<p>This description does capture one of the aspects I want to emphasize in the notion of narrative when applied to memoirs. Memoirs need closure, and this is so because of the relevance of macro-questions in the structural composition of memoirs. In simply listing a number of events that occurred to me, I am not reaching closure because I am not posing relevant questions; neither is my audience aware of the presence of any questions, nor am I trying to trigger any questions –I am simply either reporting or listening to a report. Such a practice does not in itself differ from writing a diary recording daily events. A diary proceeds at the same pace of a life, it begins and ends with it without being concerned with the organization of events; events just happen. It does not make sense to write a diary for an audience. Even when diaries are published they leave the clear impression of not having been written to be read by anybody but the author. This is reverted in the case of memoirs; the audience wants to know what happened in “my” life, what is the sense of the relation between the events I am presenting. Author and audience are linked together. The author might respond, through different mechanisms to a question relevant to himself as a character: Who am I? What has my life been truly about? Memoirs have a sense of finality in their being a way to define the life of a person, to trace its most essential boundaries, they are forms, as mentioned before, of life-writing.<br />
The definition of narrative closure as a response to macro-questions needs to be further specified by adding what might be seen as conditions for its application. Carroll summarizes these “realization conditions” in five points. 1. The discourse represents at least two events and/or states of affairs 2. In a globally forward looking manner 3. Concerning the career of at least one unified subject 4. Where the temporal relations between the events and states of affairs are perspicuously ordered, and 5. Where the earlier events in the sequence are at least causally necessary conditions for the subsequent occurrence of the events and/or states of affairs in the chain of events being described or are a contribution thereto<a href="#note2">[2]</a>.  The last condition listed, although weakened by the fact that only some connections need to be causal and that the connection itself can be weak, is indeed Carroll’s more interesting point when attached to the analysis of memoirs. Carroll presents his conditions as general conditions for narrative connections without entering the specificity of each genre. Yet, in the case of memoirs the importance of causal relations is further emphasized by the intent, conscious or implicit, to make of memoirs a form of interpretation and learning. In order to learn about the character we need narrative connections to respond to the selection of events and to the structure in which events are described. So far I then listed memoirs as forms of narrative, as narratives characterized by closure, as narratives that depend on causal connections, and finally as narratives in which the causal connection entails the possibility of “learning”. This last assumption requires further clarification. We can learn about the author of a memoir, but we can also learn about ourselves as readers. In the next section I will consider the relation between learning through narratives and cognitive development. Again, this is another general feature of memoirs and it can be applied to other forms of narratives. When we relate narratives to cognitive development the process of learning involves both the author of narratives and the referents of narratives. As a self, learning how to produce narratives enhances reason and leads to a more complete and refined use of our reasoning abilities. But narratives also open to the others. We can refer to a process of co-production of narratives in which we learn both about our own reason and about the audience; narratives require authors and listeners or readers, and both engage in a learning process. In this sense narratives are folk psychological mechanisms, we learn how to make previsions, we anticipate the intentions of others, and we learn more about ourselves and the environment in which we describe and evaluate events related to our own lives.</p>
<h3>2. Narratives and Folk Psychology</h3>
<p>The importance of learning does not proceed immediately from memoirs. Focusing on how we learn, and not yet on the content of what is learnt, implies a reflection on how narratives can, in general, work as a mechanism of learning. In this latter case learning through narratives is the result of cognitive and developmental processes that are shared in everyday communication. Daniel Hutto has recently provided a significant account of the role of narratives in folk psychology and so in the development of reason. Hutto’s main goal is to frame folk psychology as a form of narrative practice. It is a narrative practice that makes use of reason to predict and explain intentional attitudes. The Narrative Practice Hypothesis is defined as follows:</p>
<blockquote><p>The Narrative Practice Hypothesis claims that the normal route through which children become familiar with the core structure of folk psychology and the norm-governed possibilities for its practical application is through direct encounters with stories about people who act for reason<a href="#note3">[3]</a>.</p></blockquote>
<p>A first important feature of narrative practices is their coming, and relying, on a second-person perspective and not only on a third person perspective. I do not, in other words, simulate the behavior of others, nor do I simply enter a more distant standpoint; what I do is to listen to “stories”, explanations, and second-person interpretations as workable sources of understanding and learning. As Hutto emphasizes our “best chances” in understanding are the revelations of others. Hence, we are not concerned necessarily with the truth value or with the scientific and theoretical coherency of the other’s perspective, but with the social, cultural, and somewhat personal account the other provides to us. Moreover, it is only in the other that we can find responses to actual possibilities. As much as we can conjecture a reasoned explanation, we are back, in our understanding, to the direct testimony of the other –we are not third party spectators but gifted listeners.<br />
Hutto reconstructs this story beginning with intentional attitudes and ending with propositional attitudes and beliefs. What he shows is a cognitive development of reason in folk psychological practices, practices that are strongly and essentially affected by the construction and communication of narratives. One of the points of the analysis is to draw away from innate mentalistic abilities and to build instead a practical, and actual development based on the encounter of different cognitive takes; from intuitions, to propositions, to finally full narratives and beliefs. Such a mechanism follows a precise path of development that can be summarized as going from 1. used of embodied skills to &#8220;navigate the social matrix&#8221; without any need of propositional attitudes or reasons for action 2. development of certain syntactic construction and especially content clauses, 3. shift from understanding others in terms of intentional action to the understanding of others in terms of propositional attitudes, 4. participation in conversations and appropriate exercise of imaginative abilities and the following understanding of beliefs<a href="#note4">[4]</a>.<br />
The idea of participating in a narrative mechanism leads us to a mechanism of cognition that is essentially co-cognition. The setting is interactive; the learning children and the narrator participate together by providing propositional inputs of understanding. Parents as storytellers place the children in a specific viewpoint that enhances a vision of context, participation and embodiment. There is, in other words, nothing such as a sterile ground of applied cognitive norms, reason develops instead as a vital narrative opportunity. As Hutto puts it, training and learning are identical, and, if there is a norm, this norm is strictly exemplar and manifest; it is a way of reaching a common psychological ground. This point also implies a certain pluralism: the exchange setting valid in Western countries would not apply to other countries. Narratives practices obviously do change when the setting is altered as well as the social and cultural norms in place. If we follow a narrative, if we develop our reason through it, then such a development cannot be oblivious of the reality in which the narrative unfolds.<br />
It is then undisputable to see in Hutto a basis for the cognitive and psychological necessity of narratives. If on a more immediate scale we can impute to narratives the responsibility of our reason development, on another scale we can play with the interaction and learning capacities that a scheme such as the one presented in the narrative hypothesis can imply. In other words, we can combine the importance of learning with what outlined in the previous section concerning the structure of narratives. We are now in the position to start listing some of the more specific features of memoirs and the mechanisms through which they enhance learning. I will initially be concerned with what we learn from memoirs, and with the techniques through which we get involved in memoirs and we learn about the author. I will then get to a different dimension of learning, the developing of the author through memoirs, and the way in which we learn about ourselves.</p>
<h2>A Taxonomy of Memoirs</h2>
<h3>1. The Structure of Memoirs</h3>
<p>A first level of learning derives from the fact that the authors of memories structure the events of their lives in specific ways, thus unfolding their memories according to determinate artistic and stylistic interests. This kind of learning is filtered not only by the selection of certain episodes instead of others, but by the structure that the author consciously decides to assign to the narration. This form of learning focuses essentially on a first dimension in which we come to know about the author, the character of a memoir. Rick Moody’s <em>The Black Veil</em> is an example of how the value of a memoir can be attached essentially to selections in the structure. The significance is not given solely by an emphasis on the importance of certain events instead of others but by the fact that events are framed in more complex structures that mirror the life of the author. In <em>The Black Veil</em> Moody plays with constant digressions into his ancestry, in particular he keeps returning to his ancestor Joseph Moody, and to his way of covering his guilt –the old Moody was accused of murder- by wearing on his face a black handkerchief. Rick follows Joseph, the old Moody, in his story in the meanwhile uncovering his own memoir, a story that does contain the same and yet new, contemporary amount of guilt. The contemporary Moody has to deal with his rough past life, alcoholism and psychiatric problems. We also know from the outset that the old Moody was taken as a character by Hawthorne; the actual Moody is the character of his own story. The structure of memoir is in this sense a reflection on the coexistence of being a character and an author, on the awareness of how memories are intertwined and of how their interpretation changes because of their being so. From being a character in the past, a fictional character, Moody becomes the character of his own life, thus having to show the guilt embodied by the black veil he cannot but constantly refer to. In a sense the actual Moody has to remain the character of Hawthorne’s story, he can only express himself through the metaphor of his ancestor, and ancestor that, so tells the structure, was already a character.<br />
Another example of learning through the structure of memoirs can be found in Grass&#8217; <em>Peeling the Onion</em>. The very title of the book reminds us of a procedure, a structure, that the author intends to adopt. The idea of peeling the onion does remind us of a painful act-discovery, but also to a discovery that touches tragic episodes of life in a somewhat understated and homey fashion. Grass discovers himself through an act that is neither bold nor authoritative. He tells us, through his metaphor, of a consciousness that, despite the grandiosity or futility of events, has the capacity to remain humble and delicately self-directed. It is an intimate narration that presents a person who is now a father and a grandfather, who has been a well-known artist before being a writer and who, almost with the same intensity, also had to live with the enormous burden of having lived through, and in part participated, in the Nazi regime. All these episodes are layers, layers that have effects on us –they make us cry- but they are nonetheless episodes of a life that wants to narrate itself in simplicity. In both Moody and Grass’ cases we do learn more about the author through the use of a structure that reflects both on the actual structure of the life in its factual events, and on the way in which the structure of memories is evaluated and felt by the author.<br />
A further technique is the one adopted by Pamuk in <em>Istanbul</em>. In this case it is the actual history and geography of a place that tells the story of the author. Pamuk uses historical testimonies, personal pictures and pictures of the city to both explain his life through Istanbul, the city, and to separate himself from it as an autonomous character. The character has to regain his autonomy from the city and its past, an autonomy that is nonetheless still dependent on the city. The city appears as a parallel character that helps shaping the author, yet it also tells us about the strong connection between Pamuk the writer and his native country. The structure is inevitably what leads us to interpretation, it is a key for learning about the author. It is also, in a more refined sense, the actual landscape that the author has to confront in order to properly speak about himself, to become, as the previously analyzed Moody and Grass, the character of the memoir.</p>
<h3>2. Ethical Components in Memoirs</h3>
<p>Memoirs deal with events in the life of a person, and it would not be misleading to also consider the evaluation of these events. Evaluations can of course assume a number of dimensions; one of the dimension that can be considered is whether memoirs, as a form of narrative, also deal with ethical components. The role of ethics in the understanding of narratives has been deeply analyzed by Gaut. In the larger than simply the one of memoirs Gaut unfolds a cognitive argument based on both epistemic and aesthetic claims. The epistemic claim of cognitivism is “formulated in terms of artworks’ capacity to teach us, and therefore to exhibit a kind of understanding about certain matters, including psychology and values”<a href="#note5">[5]</a>.  The aesthetic claim adds that artworks can teach under certain conditions of aesthetic merit. I will here focus on the less problematic epistemic notion. Relevant to the problem of learning is seeing how teaching is framed in Gaut’s definition. An initial distinguishing feature is that the teaching of artworks is not “by experience”. Reading does not imply direct acquaintance but it nonetheless requires the same confirmation that we find in real-life events. The lack of direct experience is bridged by the use of imagination. Even though fictional works might lack real life testimony they develop real life by “imagining” it. This is not at all absurd. Imagination is widely used in real life cases any time we think, plausibly, about counterfactual situations; imagination establishes cognitive possibilities. There nonetheless is a possible objection: imagination can be irrational or highly implausible, it can be, in other words, very far from being a form of learning and very close to make us diverge from the true content of something, being it the artworks or the actual fact. It is because of this reason that Gaut adjusts his position to “disciplined imagination”, one that combines relevant evidence –evidence on the imagined state of affairs-, avoidance of fantasy, affective imagination –where I take into account the sense-experience and vividness of the work, and finally experiential imagination –the construction of a minimal set of imagining principles guiding the construction. If we follow this guidance imagination becomes something that not only moves us toward learning, but toward the pursuit of the truth, of a truth that has epistemic status.<br />
Imagination does also play a similar role in memoirs. As already emphasized memoirs are not solely about facts, they are ways of structuring facts, but the presence of a structure leaves space to our own imaginative abilities. Even though memoirs might not have to face the pressing problem of irrational imagination or an excess in fantasy, they strongly share the relevant evidence and affective imagination features. Memoirs do not say everything and they let us use our imagination to learn more about the character. In Joan Didion, <em>The Year of Magical Thinking</em>, we are often asked to suspend the chronology and to use our imagination in order to learn about her life, about the “magical thinking” involved in her extremely tragic situation, but also the magical thinking that she has to adopt in such dramatic circumstances. Didion tells us about one of her birthdays spent when her husband was still alive. After reading a long, complex passage of Didion –and she reports the passage- her husband simply asserts “Don’t ever tell me again you can’t write”<a href="#note6">[6]</a>.  In two pages Didion manages to make us think about the value of relationship, her career, but also her insecurities and the way in which her husband was capable to placate them. We need to imagine several aspects of their relationship, but we easily do it by working with the relevant context of an anniversary and death, with our affectionate responses and with the vividness -the passage is reported and so “read to us”- through which she gains such an effect.<br />
What Gaut also adds is that learning has a specific value in the case of ethical learning. According to Gaut we do use our imaginative resources in order to get to the ethical imaginative sphere of the reader. We have a capacity to feel the irresolvable strength of ethical questions and ethical questions seem to be the ones in which our experiential imagination is most triggered. A problem with ethical judgments in memoirs is that we might feel a “suspension” of ethical judgment in front of a story that presents us with a possibility that is strictly personal to the subject and that we will, as a consequence, never experience individually. In the end, those ethical responses are subjective to the character in question and they do not closely regard us –we are just spectators of the ethical response of somebody else; if, for instance, I suffered a recent loss I might be willing to consider ethical issues concerning the loss of a dear one, but if I have not suffered any loss, my relationship to a recent death described can be detached, descriptive, and not necessarily a function of ethical evaluation. But there is a stronger objection to the uptake of ethical judgments. Even though I can “imperson” the character of a memoir I also have to deal with the fact that ethical decisions are already presented as a form of learning. What makes memoirs so hard to write is that they are supposed to already deal with the acceptance of already taken moral decisions, and these decisions might very well be wrong. As a reader I am facing a moral dimension, but this dimension is framed in a much bigger framework where what matters is also the author’s construction of identity, the real construction of a life. In such a scenario moral merits or demerits, even though still present, are going to lose their pressing interpretative importance, or at least they have to be in part subordinated. Recently Yoshiro Tatsumi has published a memoir in comics on the history of Manga and on his own life and development as an artist. The book works between semi-epical narration, the theme of the life of an artist, and the historical reports from post-war Japan. All these elements, the tension of becoming an artist, the economical problems of Tatsumi’s family and the development of a radically new system of customs in Japan are pregnant with ethical significance but the only one entitled to “play” with this ethical significance is the young Tatsumi who, as the title says, has to face a “drifting life”. Often in the book Tatsumi is portrayed as undecided, waving between different career choices, attentive and at the same time forgetful of what is happening. It is Tatsumi’s task to decide, ethically or unethically, for his life. As much as we can agree or disagree with his decisions, as much as we can symphatize or not with him, our decisions are still dependent on what the character/author had decided and had to decide about his or her own life.</p>
<h3>3. The Character. Between Fiction and Non Fiction</h3>
<p>A common point in structural reflection and ethical reflection is that they both yield to a reflection on the author and on what the author has to say as the character of a memoir. This is, I believe, the most important point in the analysis of memoirs. Memoirs focus on one character and it is in the description of this character that we can identify the most important features of memoirs. If, on the one hand, we learn about the author, the peculiarity of memoirs is that also the author learns; it is a learning and discovery of identity.<br />
Olney sketches a beautiful profile of life-writing by focusing on a retrospective analysis of how the “I” emerges or defines itself. The unfolding presented is something close to the memoir of memoirs, to what happened to them, to how they were born and how they became aware of themselves in the multiple shapes they can assume. Olney presents the story of memoirs as a trilogy. The first element of the trilogy is Augustine, the second Rousseau, the last Beckett. Augustine in <em>The Confessions</em> presents the first correlation between life-writing, narrative and memory. Recollection is a tool of identity and it is only through recollection that Augustine’s life regains unity and continuity; in the fair presentations of the past, the spotless and unforgiving capacity to recapitulate his own past mistakes, Augustine reaches a solution, and so a confirmation of his conversion –the only true affirmation of a life, and the product of the life’s continuum. There is something in Augustine that closely resembles recitation. The recitation of memory is always regarded as possible, and it resembles the recitation of a psalm. The starting assumptions are then two. One the one hand, memories can clarify what the important nexuses of life are, on the other hand, we have the ability, and certainly Augustine did not lack it, to meticulously recapitulate anecdotes, episodes, turning points, sufferings, and in all these, their relationship to memory. Yet even though Augustine’s narration begins and proceeds in a highly chronological fashion, there is an enormous attention on the emotional impact of certain events. In recalling his mistress, his son, his pagan life, the influence of Greek and Latin literature, Augustine cannot but dwell on the almost melancholic love that these episodes bring to his life. Chronology looks forward, but the value of looking forward is explained in the capacity of looking at the precious components we find in looking backwards. What is explained is the value of memories for self-consciousness:</p>
<blockquote><p>The mind, through memory –and in <em>the Confessions</em> Augustine will say that mind and memory are one and the same thing- can recall experiences of the past, but it can also, in the present, recall itself to itself, “can be understood by its own thought”, and this too, whereby “the mind is present to itself”, is accomplished through memory<a href="#note7">[7]</a>.</p></blockquote>
<p>What is presented narratively as “ex-order” is a blend of chronological and processual methodologies. The story is taken as a process where it is fundamental to consider the evolution of the author in understanding and valuing his or her life as a process moving toward the discovery of the self. The processual side is symbolized by the discovery of self-consciousness but also by the motivation underlying the possibility of this discovery. It should not be forgotten how Augustine got to his internal and private analysis; Augustine took what was initially external, religion, as the only true internal feature of his life. The mark represented by his conversion becomes, literally speaking, what provides the language of and for the memoir, and so the route conducing to the opening of the self. Narrating his life Augustine does not have the fear of portraying, and so betraying, an “I” that he is not; he cannot fear this movement because there is no fear of being the “I” God has asked him to be. Augustine the intellectual, the man who has lived a godless life can, through the language of the conversion, expose with candor what he did wrong and what he did right; through religion he assumes a standpoint that overcomes the problem of defining what identity is. Hence, conversion is the actual possibility of confession; the individual is free to elaborate on memories once he has assumed God as a constitutive part of existence.<br />
But such a clarity in the presentation of the self is far from being a necessary condition of memoirs. To be more precise, we can say that the clarity and naturalness that are part of the transposition of memories are goals, but, very often, utopian goals. Rousseau is an emblem of this movement. He begins the <em>Confessions</em>, the <em>Dialogues</em> and the <em>Reveries</em>, with an assumption on honesty, one that stems directly from the subject, narrator and character. Rousseau is concerned with the presentation of an original, almost purified self. In his way of conceiving memoirs, origins are precisely what should be investigated, and told. There is an obsession and fascination for original states, for the famous original state of self-love and harmony that Rousseau had strived to present as foundation of the entire humankind. It is for this foundation that he writes, and his memoir, spread across his entire production, is a description of how, he, alone, purely, and originally represents an incarnation of such a position. But getting to a pure beginning, and so to a clearer conception of his internal life and self-consciousness is not as easy as it was for Augustine. Augustine had found in God the narrative language to present himself to himself, the past to the present, and, with it, the continuity of the person. Rousseau does not have this narrative, he has to build the concept of redemption by himself, and he often fails. He generates apologies, excuses, remarks of candor and oblivion, remarks on the educational path that his life had to follow. The incidents told –and in part covered or diminished in their importance- are never presented as sins, they cannot “stain” the self that Rousseau wants to portray. Abandoning all his five children to the foundling hospital becomes a normal action, one for which excuses can be found, one that does not touch the pure “originality” of Rousseau the person. But who is he? Does the integrity in researching his origin match with a full account of what it means to maintain identity? The clear and spotless internal identity that Rousseau keeps defending is not only a myth when compared to some of the actions he engaged in, it is also impossible to identify among all the different identities with which Rousseau describes himself. There is a strong and perpetual instability of being, one that keeps coming up in the way the name of the author is displayed. Rousseau evaluates himself, he is his own “judge”, the one that assists to the various presentations of himself. Rousseau doubles himself and becomes the Frenchman, Jean-Jacques, Rousseau, <em>moi</em>, but it is almost impossible to understand who he really is. It is impossible also because he feels that his life, identity and personality are not accepted, he is “one of a kind” a foreigner in his own country. Rousseau aimed, through the Confessions, not at a stylistic comment, but at a judgment directed to his very own character. He wanted to find recognition, and he could not really find it, neither externally –the public, the world, the original society oblivious of itself-, nor internally –who am I? How many times will I have to excuse and defend myself?<br />
The circle does not reach an end, it does only reach a new starting point that Augustine could not have foreshadowed: the self is obsessed with itself but can hardly talk about it. Rousseau represents the problematic moment of identity, the one in which the self calls itself in question and obsessively struggles.<br />
But there is a further way to cast a light on the obsessive, unstable subject portrayed by Rousseau; we can see in Rousseau the beginning of the problem a new, relevant problem in memoirs, what I will name the blending between fiction and non-fiction. We can say that memoirs work between fiction and non-fiction in their being, as mentioned before, a research for identity. In a memoir the author becomes his own character, reconstructing a life implies starting anew with a presentation of the self that not only might be impossible to accomplish, but that might involve introducing, as an addition to the real self, a figure of the self that is, in the end, a fictional construction. Nozick had formulated this point by working on the curious puzzle of persons becoming characters and vice versa:</p>
<blockquote><p>Think of our world as a novel in which you yourself as a character. Is there any way to tell what our author is like? Perhaps if this is a work in which the author expresses himself, we can draw inferences about his facets, while nothing that each such inference we draw will be written by him. And if he writes that we find a particular inference plausible or valid, who are we to argue?<a href="#note8">[8]</a></p></blockquote>
<p>Who are we to argue? Authors of memoirs are almost forced to present themselves not only as real persons but as characters, protagonists of a life that has become a story. Memoirs allow us believe in a more blurred boundary between fiction and non-fiction, and their characters purposely shift from one side to the other. Rousseau is a perfect example of how the creation of a parallel fictional character helps the unfolding of a non-fictional confession. Rousseau moves across different “hes”, changes the reality of facts and tries to depict what in the end is a mythical original state –a fictional state- of whom he is probably the only actual, or just desired, figure. The research for an original being becomes a form of fiction; Rousseau struggles with it by doubling and dissociating himself, but the result, the original position as a real, non-fictional state, cannot, in the end, be achieved.<br />
Beckett echoes this dissociation, he reaffirms the dissociation but his affirmation is not negative, but positive. Beckett knows that the original state cannot be found, that memories can fail us, that getting back to the self is an impossible task. But this is not a conclusion, or the morose acceptance of one. It is instead a new reflection on what memories can do for us. We might not know who we were thirty years ago, as Krapp fails to recognize his own voice in the tape, but we need the tape, and so memories to creatively recreate ourselves. We paradoxically need memoirs to allow us to be fictional characters by playing with our multiple tapes of memories. Olney focuses specifically on the double value of memory for Beckett: memory as a means and memory as a substance:</p>
<blockquote><p>…as a man Beckett no doubt remembered, probably in a rather blurred manner, whatever happened (or did not happen) thirty years or sixty years earlier between himself and his mother; as a writer however, what he remembers is that he has placed the “memory” as a thematic bit at carefully chosen, significant spots in different works. Recalling and tracking the occurrences of such a motif, we are able to follow the course of Beckett’s career<a href="#note9">[9]</a>.</p></blockquote>
<p>The substance of memory is then Beckett, the author and the character; his unfolding adds to memory the creativity intrinsic of experience but also the reasons why experience can, in memoirs, ultimately render memory a problem. Even though Beckett is the possessor of those memories, the possibility of him playing with his memories, and in part inventing them is still open in memories being also a contribution to his literary career.<br />
This does not stop memoirs from being created; what cannot be stopped is the search of identity in which memoirs participate. There is a special energy in writing the word “I”, and authors of memoirs are not too resolute in using it. In a sense, we can say that a memoir cannot begin with “I”, it can only end with it. Primo Levi, in <em>The Periodic Table</em> and in <em>The Drowned and the Saved </em>tells the story of an identity that during history, and so experience, cannot be achieved. Walking into a concentration camp is the beginning of non-identity. Glasses, bracelets, combs, personal items are piled up as a symbol of deprivation; what remains are head shaved and numbers, men that cannot be men, as the original title reads <em>Se Questo è un Uomo</em> - if this is a man. It is because of the self, of the necessity of finding it again that Levi writes, to conclude with a lost identity. Again, the “I” is the end, but also the goal, the motivation. In the case of Primo Levi the “I” has disappeared for a long time, and with the “I” the capacity to remember. The fight for a lost identity can then only occur as a way of recovering memories, and only in the end we come to know how memories can belong to the self.<br />
But the struggle with an indefinable identity can take several routes. It is interesting to notice how memoirs can be written in a foreign language; not the mother language but the adopted one. Beckett wrote also in French, he looked at himself as a different person with the underlying assumption that a shift in language makes us more aware of our own identity, an identity that is closer to us because of its capacity to change. A recent example is the prose of Hemon, and of the two Hemons. The one born in Bosnia, witness of the conflicts and of a reality that in his writing assumes both surreal, crude and comical aspects, and the Hemon in Chicago, married with an American woman. In <em>The Lazarus Project </em>Hemon intertwines a work of fiction with a real travel dedicated to the research of Lazarus, but also of himself and of the curious as well as mysterious photographer traveling with him. The language is English but Hemon keeps reminding us of conversations in other languages, of the alienation that language can produce, historically and personally.<br />
Beckett, Levi and Hemon inherit from Augustine the necessity of recollecting memories, the difference is that this necessity is now an impossibility. On the one hand, we can recur to a fictional reconstruction of memories. On the other hand, we accept that the level of internalization required by our own memories is hardly sharable; being it profoundly hidden into us, it is sometimes impossible to find in us as well. It is important to notice how this remains nonetheless a form of learning. Memoirs teach us what it means to say “I”, but also the enormous difficulty of saying it. This is a high form of recognition, and one we, as readers, can engage with.</p>
<h3>4. Our Relationship with the Characters</h3>
<p>There is a further consequence stemming from the discovery of the “I”. Authors of memoirs struggle in their trying to achieve a presentation of the “I” that would conform to what, in a sense, they want their person to be. They work on their own memories to regain them and to let memories assume shape. We have seen how often this process involves the creation of an alternative character, as in Rousseau, or the acceptance of the instability of the character, its being always in part impossible. This form of learning does not end, it is more likely to be a never ending investigation.<br />
It is a never ending investigation on the part of the author, but it is also, as I know want to claim, an investigation on the part of the reader. In the section dedicated to Hutto we have seen how working with narratives implies a combination between listening to a narrative and producing one. The same is valid in the case of memoirs; being the audience of a memoir is a way of learning more about our reason and about how our reason can deal with memories that belong essentially to us. Reading memoirs is learning about our own identity as readers, and in this, we learn how to deal, participate, and perhaps invent our own memoir.<br />
One of the angles from which we can see this double contribution in learning is by looking at our emotional responses. It is through the emotional connection that we can say that we are able to learn both about the author and about us, thus completing a circle of understanding. Robinson has reflected on this issue by providing an analysis of emotions in fiction. The two basic motivations underlying the importance of such an analysis are that emotions are necessary to a full understanding of literary works, and that our responses to characters and events in literary works parallel our responses to real life persons. Of course, the latter point is valid in memoirs, both in the case in which we believe the memoir to be realistic and in the case in which memoirs flirt with fictional constructions. Both points further depend on an analysis of what emotional involvement implies. First, emotions are not insular but a process of interaction between the organism and the environment. Secondly, emotions detect what is significant to us, thus directing attention. Thirdly, emotions are not only thought-processes; they motivate bodily responses and physiological changes. There is, in other words, no cognition without affection, and affection is used as a significant source of data for interpretation. Using emotions as interpretative data leads to a process of cognitive monitoring; the initial emotional appraisal is reanalyzed in its accuracy, and so in developing more complex interpretative responses, thus enlarging the range of aspects that motivate the overall response to the work. I can in this way rivet my emotional response to elements such as the unfolding of the story, the creative ability of the author, and my general reaction toward the characters. But there is more; to complete the process of understanding and interpretation of the work we are also called to think about our own emotions. Once we think about our own emotions we add our real lives to the work of fiction. We can say that to accomplish a deeper interpretation we have to enter the reality, the non-fictional dimension, of our own emotions. We feel the real life of the emotions in fiction, and we better understand fiction when we truly respond emotionally to it. Learning about fiction becomes learning about our own emotions. But there is more, the presence of our own emotions helps us in filling the gaps of the narration. Narrations are “full of gaps”; several elements are left implicit and others are not included in the narration. By using our own emotional responses we are able to follow the story even in the absence of these elements. We enter an emotional “train of understanding” where what is unsaid is easily filled in by our capacity to “live the emotions with the character”. We are capable of doing this because the emotions we encounter in narratives are also our emotions, emotions we can participate in. Also memoirs are full of gaps, they are full of “unsaid” parts. The author of a memoir does not need to tell us everything, but we nonetheless feel the importance of what is not literally named in them. But what is unsaid in memoirs is also an invitation for us. We are invited to discover the character through our own feelings. We can see a parallel mechanisms between the character looking for the affirmation of his self-consciousness and our reflection on our own self-consciousness; on how a life we have not physically experienced can tell us about the value that those experiences can have for us. Behind the enormous varieties of solutions in finding a way to describe the life of a person there is always the lingering question of how a life can be described, a question that concerns both the author and the reader. The emotion stimulated by memoirs is an emotion of self-investigation, one that is shared as a common element of learning. Reading memoirs is a way to cope with the all range of emotions that characterizes us as persons. We learn how to reorganize them, but we also learn how they can reach relevant positions in our lives. What we learn is how our own emotions can become memories, and how memories a source of identity.</p>
<p style="text-align: center;">****</p>
<p>In this paper I dealt essentially with literary memoirs, with what Olney defines as forms of life-weaving. The reason to focus on literary memoirs instead of on simple autobiographies is that literary memoirs, as a separate genre, show a number of interesting and specific features. In a general sense memoirs are complex forms of encounters with the self. They involve a reflection on identity that applies both to the authors of memoirs and, as briefly seen in the last part, to the audience. What I aimed to do was to reconstruct a taxonomy of emotions starting from more general consideration on memoirs as a form of narrative, to more specific features. The crucial element in memoirs is the character. We can, as Olney does, trace a story of how characters have been portrayed in memoirs, and so a story of the different ways in which self-identity can be explained. In this explanation I mentioned the interrelation between fiction and non-fiction, and the impossibility of the character of a memoir to be truly and only one person –the existing one. In the process of searching identity memoirs open different possibilities, possibilities that also encompass the creation of a new character, one who can, so to speak, bear the implications of memories. Finding the subject of a memoir is a difficult task. Recollecting memory is not always possible, and sometimes, as in Beckett, the very research of memories is an impossible one. When we refer to what identity, and so the construction of a person is in memoirs, we also ask why that recollection has taken place, and what we can do to try to justify it, or at least understand it. Memoirs deal with what is experience, with what is said, but also with what is unsaid. The unsaid of memoirs is both what we cannot bring ourselves to say and what simply cannot be told because it is impossible to reach, because it is somewhat locked in a structure, a life, that is closed also to us. Nonetheless memoirs remain the expectation of an encounter. The recognition of the difficulties implied by searching for the self is something we share as readers; it is an emotion we share with the authors of memoirs. Recognizing this emotion is a form of learning on the part of the audience, something that brings us closer to the most relevant features of memoirs and to what is so hard, but also fascinating to grasp. The last “macro-question” of memoirs is that the task of explaining and understanding a life is also on us.</p>
<h3>References</h3>
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Jean-Jacques Rousseau, <em>Reveries of a Solitary Walker</em>, London, Penguin Books, 1979.<br />
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Yoshihiro Tatsumi, <em>A Drifting Life</em>, New York, Farrar, Starus &amp; Giroux, 2009.</p>
<div id="ftn">
<p><a name="note1">[1] </a>Noel Carroll, &#8220;Narrative Closure&#8221;, p. 4.<br />
<a name="note2">[2] </a><em>Ibid.</em>, p. 11.<br />
<a name="note3">[3] </a>Daniel Hutto, <em>Folk Psychological Narratives</em>, p. 5.<br />
<a name="note4">[4] </a><em>Ibid.</em>, p. 146.<br />
<a name="note5">[5] </a>Berys Gaut, <em>Art, Emotion, and Ethics</em>, p. 140.<br />
<a name="note6">[6] </a>Joan Didion, <em>The Year of Magical Thinking</em>, p. 166.<br />
<a name="note7">[7] </a>James Olney, <em>Memory &amp; Narrative</em>, p. 16.<br />
<a name="note8">[8] </a>Robert Nozick, &#8220;Fiction&#8221;, p. 74-77.</div>
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		<title>Giuliana Zeppegno, &#8220;L&#8217;autunno caldo dell&#8217;Università&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 17:02:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Solange Chavel</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Criticism]]></category>

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&#8220;Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.&#8221;
DE ANDRÉ, Canzone del maggio
In una recente tavola rotonda svoltasi al termine del festival Torino spiritualità, cui fornivano lo spunto iniziale alcuni stralci dei discorsi elettorali di Obama, ma che ha finito ben presto col vertere sugli scottanti problemi nostrani, Antonio Scurati denunciava la progressiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="wp-content/uploads/2009/06/giuliana.pdf">Versione PDF</a></p>
<p><em>&#8220;Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.&#8221;</em></p>
<p>DE ANDRÉ, <em>Canzone del maggio</em></p>
<p>In una recente tavola rotonda svoltasi al termine del festival <em>Torino spiritualità</em>, cui fornivano lo spunto iniziale alcuni stralci dei discorsi elettorali di Obama, ma che ha finito ben presto col vertere sugli scottanti problemi nostrani, Antonio Scurati denunciava la progressiva perdita d’interesse dei giovani per la situazione del paese e per la politica <em>tout court</em>. <span id="more-155"></span>Indifferenti e quasi beffardi di fronte alla caduta del muro di Berlino come alla prima guerra del Golfo – diceva – i figli dei contestatori del Sessantotto e le generazioni successive sembrerebbero aver smarrito, oggi più che mai, il senso della lotta. Nel tentativo di rintracciare nel fenomeno un bagliore di rinascita, concludeva poi auspicando che questo momentaneo “esilio del pensiero” potesse contenere i germi di forme inedite di partecipazione e prefigurare l’instaurazione di un nuovo rapporto dei giovani con il loro presente. Inesorabile la replica di Marco Travaglio (cito a memoria: “piacerebbe anche a me essere uno scrittore, per poter invitare il pubblico a una vacanza del pensiero, ma si dà il caso che io sia un giornalista…”), che non esita a denunciare come stereotipata e parziale l’immagine del giovane disamorato e sordo ai problemi collettivi e ad affermare l’esi-stenza di una gioventù, forse minoritaria, affatto diversa. Parte un applauso isolato nel pubblico. “Ecco” sorride amabilmente Travaglio, “ne abbiamo qui stasera un esempio”.</p>
<p>Quello che avviene nei giorni successivi nelle aule, negli atrii e nei cortili delle facoltà italiane è destinato a mettere clamorosamente in discussione, per chi ha la fortuna di assistervi direttamente o di attingere a una visione non distorta degli avvenimenti, l’immagine di una generazione abulica e incapace di attivismo politico, complicando agli occhi di molti (non ultimi quelli di chi scrive queste righe) un quadro solo apparentemente unitario e più di altri soggetto a rapide trasformazioni.</p>
<p>I fatti sono noti. Già contestato in sordina, durante l’estate, dai gradi più elevati delle gerarchie universitarie, il decreto legge 112 del 25 giugno 2008, poi legge 133 del 6 agosto, inizia a suscitare anche tra gli studenti, col ripopolarsi delle università, reazioni di sdegno e di allarme. La legge contiene infatti, sprofondati in un <em>mare magnum</em> di “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” (si tratta, di fatto, di un pezzo della finanziaria 2009), due articoli recanti modifiche sostanziali al sistema dell’università e della ricerca: da un lato stabilisce la possibilità, per le università italiane, di trasformarsi in fondazioni di diritto privato (art. 16) mediante un voto a maggioranza assoluta del Senato accademico e contestualmente decurta il FFO (Fondo per il finanziamento ordinario delle università) di oltre 500 milioni di euro per il triennio 2009-2011 (63,5 milioni di euro per l’anno 2009, 190 milioni di euro per il 2010, 316 milioni di euro per il 2011 ; cui si aggiungono tagli di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e 455 milioni di euro a decorrere dal 2013), rendendo di fatto più che plausibile se non decisamente obbligata per molti atenei, in un futuro prossimo, la scelta della privatizzazione. Dall’altro limita il <em>turn-over</em> del personale universitario (tanto docente quanto tecnico e amministrativo) al 20% per il triennio 2009/2011 e al 50% dal 2012 (art. 66), imponendo in altri termini un tetto massimo di due assunzioni per ogni dieci pensionamenti per i primi anni, poi di cinque ogni dieci.</p>
<p>Mentre nei singoli dipartimenti si moltiplicano le mozioni di protesta, l’ateneo torinese vede il formarsi, dal basso, di un’inedita aggregazione di forze, che non esita a designarsi <em>assemblea</em> e fin da subito rivendica, pur sottolineando l’intensa politicità delle proprie istanze e della propria azione, la sua totale estraneità ai partiti, siano essi parlamentari o extraparlamentari, così come ai sindacati e a qualsivoglia rappresentanza mediata. Come emerge dalla prima riunione (30 settembre), poi dal presidio presso il rettorato in occasione della seduta del senato accademico (6 ottobre), poi sempre più chiaramente via via che il nuovo soggetto si estende e struttura, a formare l’Assemblea No Gelmini sono soprattutto studenti universitari (alcuni dei quali membri dei diversi collettivi, altri alieni alla vita politica di ateneo), ma anche numerosi studenti medi, un folto gruppo di amministrativi precari (bibliotecari e tecnici) e diversi ricercatori, in prevalenza non strutturati (dottorandi, post-doc, assegnisti ecc.). I rapporti tra i docenti e l’Assemblea rimangono invece, fatta eccezione per alcuni soggetti, per lo più tangenziali: se l’adesione di molti professori alla protesta si traduce nella disponibilità a tenere lezioni all’aperto o a inaugurare i propri corsi con una presentazione della legge 133, nondimeno la No Gelmini mantiene, soprattutto nei confronti delle più alte sfere universitarie e <em>in primis</em> del rettore, un atteggiamento indocile a qualunque irreggimentazione, poi sempre più critico mano a mano che queste imboccano, con l’evolvere degli accadimenti politici, strade diverse.</p>
<p>I gruppi contestatari che vanno istituendosi parallelamente in tutti gli atenei italiani, con un’omogeneità di intenti e di strategie che farà parlare, di lì a poco, di un vero e proprio movimento studentesco (la cosiddetta Onda Anomala), non sono affatto soli: tutt’attorno si levano le voci di protesta di insegnanti e genitori scatenate dal d. l. 137 sulla scuola primaria, legge dello Stato (169/08) dal 30 ottobre, e mentre la gravità del momento agisce come un potente <em>elettroshock</em> sull’intorpidita popolazione studentesca e su ampie porzioni della cittadinanza la bella parola <em>indignazione</em>, masticata per anni, rabbiosamente, da pochi, torna a impossessarsi del dibattito pubblico. Tra settembre e ottobre la piazza si riscalda così dei passi e degli slogan di una collettività anomala, eterogenea, sulla cui comparsa e coesione nessuno avrebbe osato scommettere. “Il grande merito di questi provvedimenti” affermano a più riprese i ragazzi della No Gelmini, “è quello di averci messo tutti insieme”: venerdì 10 ottobre, a Torino, un corteo di almeno 40.000 persone tra studenti, ricercatori, precari, docenti, mamme, insegnanti, manifesta pacificamente, all’ombra di nessuna bandiera, contro provvedimenti unanimemente avvertiti come un attacco al carattere pubblico dell’istruzione.</p>
<p>All’assemblea No Gelmini del 13 ottobre si presenta una vera e propria folla, che l’atrio di Palazzo nuovo, sede delle facoltà umanistiche torinesi, stenta a contenere. Tra i numerosissimi interventi colpisce in particolare quello di un ragazzo vestito con un camice bianco, che senza la verbosità di altri studenti e anzi con quella gioia cui nessuna rivoluzione, piccola o grande che sia, dovrebbe mai rinunciare, propone ai presenti di vestire in pubblico, quanto più spesso possibile, il camice bianco in segno di protesta. Premiato da festosi applausi (l’iniziativa dei camici avrà largo seguito e permetterà a non pochi torinesi di venire a conoscenza, dagli autobus ai tavoli degli aperitivi, delle ragioni della mobilitazione studentesca), il ragazzo non si è ancora presentato e a differenza degli altri oratori si ostina a rimanere “lo studente col camice”, mentre quasi distrattamente ripete, con tono sibillino: “Ragazzi non è importante chi siamo, i nomi, qui, non sono importanti. Il fatto che in questa protesta i grandi assenti siano i partiti” continua, “è strano, e lascia senza dubbio perplessi, ma a pensarci bene non è così male…”.</p>
<p>Alla tavola rotonda tenutasi nell’atrio di Palazzo nuovo la sera del 23 ottobre ci sono davvero tutti: studenti universitari, ricercatori, dottorandi, studenti medi, mamme, insegnanti, operai, amministrativi precari. E di fronte alla testimonianza di un rappresentante di studenti medi che dichiara “Abbiamo deciso di collaborare con i nostri insegnanti… passiamo la notte nei nostri istituti, ma invece che di ‘occupazione’ preferiamo parlare di ‘autogestione con pernottamento’”; di fronte all’amarezza con cui un rappresentante di enti di ricerca pubblici spiega come oggi si sia costretti a disincentivare i giovani anche solo dall’intraprendere un dottorato; all’appello di un delegato della FIOM delle Meccaniche di Mirafiori che invita gli studenti a volantinare davanti ai cancelli delle fabbriche per spiegare agli operai contro cosa si sta lottando; alla battuta di un insegnante cinquantenne che esordisce proclamando: “Ciao a tutti. Sono un maestro. Non unico. E non voglio restare SOLO”; alla precisazione di chi, ammonendo contro facili paralleli col Sessantotto, nondimeno constata: “Sono passati quarant’anni, i tempi sono cambiati, ma i problemi sono rimasti gli stessi. Un tempo c’era tutto da guadagnare, adesso c’è tutto da perdere”; al messaggio della sindacalista francese che porta al movimento la solidarietà dei ricercatori d’oltralpe (gli stessi che, poco più di un anno fa, hanno vista premiata una battaglia per alcuni versi simile a questa<a href="#note1">[1]</a>); di fronte a tutto questo viene fatto di pensare che forse, per la prima volta dopo anni, qualche cosa di nuovo si sta formando proprio là dove meno lo si aspettava, e che la retorica non ha nulla a che vedere con affermazioni come quella della madre che conclude: “Questa lotta ha in qualche modo rimesso in piedi qualcosa che ci eravamo dimenticati da molto tempo : il fatto di ragionare sul modello di società che vorremmo”.</p>
<p>A sorprendere inoltre, fin dai primi passi di una contestazione che ancora a ottobre appariva, anche agli occhi dei più disincantati, razionale tanto quanto ostinata, è l’enorme attenzione terminologica diffusa a ogni livello, e in particolare il deliberato sforzo di evitare sia le parole logore, talora abusate, proprie di altre battaglie, che gli slogan più facilmente strumentalizzabili dai media, i quali proprio nel corso di ottobre si stringono attorno alla protesta con crescente attenzione e voracità. In effetti, l’apartiticità e l’assoluta trasversalità che della mobilitazione sembrano costituire l’unica e condivisa bandiera rispecchiano tanto una situazione di fatto quanto una spontanea strategia di sopravvivenza: mentre a Palazzo nuovo lo stesso uso del colore rosso o delle K negli striscioni non manca di suscitare polemiche all’interno dell’Assemblea, qualcuno mette in guardia – scatenando il dissenso delle frange più politicizzate del movimento – contro l’uso di slogan politici, per la loro predisposizione a innescare, mediaticamente, erronee sovrapposizioni e strumentalizzazioni.</p>
<p>E la parola fatidica, una volta pronunciata, non cessa di funestare l’avanzare dell’Onda in tutta la penisola, rimbalzando dalle pagine dei giornali ai TG alle sempre più veementi riunioni studentesche. A detta del premier gli studenti sono <em>strumentalizzati</em>, col beneplacito di alcuni quotidiani, dai partiti extraparlamentari e dai sindacati. Non solo: sono <em>strumentalizzati</em> dai baroni universitari, in nome di una corporativistica difesa di privilegi di cui essi sarebbero gli sprovveduti complici (al contempo la tesi più diffusa e più paradossale, che non tarda a conquistare l’opinione pubblica contro ogni evidenza e coerenza logica). Gli studenti, per conto loro, rifuggono ogni strumentalizzazione come la peste, terrorizzati (prerogativa questa specificamente italiana) dalle possibili distorsioni operate dai mezzi di comunicazione e costantemente affannati a stabilire, per chi sta a guardare, la verità <em>vera</em> dei fatti. <em>Strumentale</em> secondo l’assemblea, infine, l’infiltrazione di un gruppo di estremisti di destra (Blocco studentesco) alla manifestazione romana del 29 ottobre, miccia di un vero e proprio combattimento armato che ha l’effetto di inquinare mediaticamente una protesta nata e cresciuta nel segno della non violenza, la cui inquietante concomitanza con le dichiarazioni rilasciate dal senatore Cossiga a “Il Quotidiano Nazionale” (quelle sulla strategia dell’infiltrazione e sulla necessità, una volta ottenuto il consenso dell’opinione pubblica, di riempire di botte i manifestanti<a href="#note2">[2]</a>) suggerisce appunto al raziocinio di molti l’ipotesi di un’accorta, ad oggi indimostrata, <em>strumentalizzazione</em>.</p>
<p>Una delle azioni su cui la protesta si puntella sin dall’inizio è naturalmente, come da copione, l’occupazione delle facoltà, da intendersi sia come conquista di spazi autogestiti di confronto, controinformazione e organizzazione del movimento, che come gesto simbolico di opposizione. A Torino, il collettivo <em>Il faggio</em> degli studenti di Agraria è il primo a occupare, insediandosi dapprima nei prati adiacenti il campus e qui letteralmente campeggiando – con l’appoggio ufficiale del sindaco del Comune di Grugliasco, sede della facoltà – dal 7 di ottobre al 12 di novembre; poi migrando in alcune aule dell’edificio con l’irrigidirsi delle temperature. All’occupazione di Palazzo nuovo, tardiva rispetto a quella di altri atenei italiani, si giunge il 21 di ottobre, al termine di un corteo spontaneo, dopo interminabili confronti sulla sua opportunità e sul modo migliore di gestirla: lo spazio è ampio e difficile da tenere, il pericolo che vada tutto a catafascio per una qualunque disattenzione è dietro l’angolo, ma il gruppo di lavoro per la gestione dell’occupazione che si istituisce di lì a un giorno sembra lavorare bene e, fatta eccezione per la trasgressione al divieto di fumare dilagata nottetempo per l’intero edificio, fila tutto inaspettatamente liscio. Alcuni giorni prima, è stata occupata la facoltà di Fisica; il 3 di novembre gli studenti si installeranno nella palazzina Einaudi, sede delle facoltà di Scienze politiche e Scienze giuridiche; mentre a fine novembre persino il Politecnico, storicamente poco o nulla politicizzato, decreterà l’occu-pazione di un’aula studio. L’intensa partecipazione di quest’ultimo alla protesta è una delle sue anomalie più evidenti: se ancora a inizio ottobre fa sorridere la constatazione di uno studente di ingegneria che a un’assemblea No Gelmini si alza in piedi per constatare: “Ragazzi, la situazione è davvero grave se ha fatto muovere persino noi del Poli!”, verso fine ottobre al Politecnico prende vita l’Assemblea No Tremonti, parallela alla No Gelmini e promotrice tra le altre iniziative, il 7 novembre, di una partecipata controinaugurazione dell’anno accademico.</p>
<p>Le occupazioni delle varie facoltà costituiscono senza dubbio la spina dorsale della protesta, cui forniscono il baricentro, il cuore pulsante, lo spazio effettivo di ritrovo e riconoscimento. La presenza fisica dei banchetti nell’atrio di Palazzo nuovo, affollati di ragazzi freneticamente al lavoro spesso dalle prime ore del mattino, i pannelli con la sempre più imponente rassegna stampa quotidiana, il calendario sempre più fitto delle attività organizzate negli spazi occupati, la spillatrice della birra installata in un angolo e presa d’assedio durante le molte serate di autofinanziamento organizzate dalla No Gelmini (concerti, proiezione di film, dibattiti), trasmettono a chi guarda passando, a chi non dorme in quelle aule né condivide i pasti comuni, il senso di qualcosa di vivo e di saldo, la cui pertinacia e resistenza nel tempo varranno a dimostrare anche ai più scettici la sua estraneità al capriccio, al semplice gusto dell’avventura, del gioco per il gioco.</p>
<p>L’assoluto rispetto delle occupazioni per il normale svolgimento delle lezioni istilla però inevitabilmente, in molti fiancheggiatori della protesta, non poche perplessità: a Torino le lezioni sono sospese esclusivamente nelle giornate del 28 e del 30 ottobre, per consentire la partecipazione studentesca a due appuntamenti fondamentali della contestazione, mentre a Lingue la decisione di bloccare la cosiddetta didattica aggiuntiva (ossia quella svolta a titolo gratuito dai ricercatori non strutturati) proviene direttamente dal consiglio di facoltà. Per il resto, le lezioni proseguono indisturbate, trasferite spesso significativamente nelle piazze e sotto i portici, gomito a gomito con lo stupore delle vecchiette, con la curiosità dei passanti, con la commozione di chi s’imbatte per caso, alle 9 del mattino in mezzo al gelo di piazza Carlo Alberto, in una lezione di matematica con tanto di lavagna e bacchetta, e rimane a contemplare imbambolata l’assoluta imperturbabilità e naturalezza con cui studenti e docente si offrono, incappottati fino agli occhi, agli sguardi dei loro concittadini.</p>
<p>L’immagine dello studente ligio al dovere trattenuto brutalmente negli atrii delle facoltà dai suoi compagni facinorosi e impossibilitato a entrare a lezione appare quindi non soltanto assurda, ma francamente un po’ ridicola, e forse proprio per questo ha tanta presa sulla stremata opinione pubblica, che ormai fatica a registrare anche le più palesi contraddizioni. Afferma Silvio Berlusconi in data 22 ottobre con studiata, inquietante perentorietà, a proposito delle occupazioni in corso: “Convocherò oggi il ministro degli Interni. Darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine<a href="#note3">[3]</a>”; salvo smentire il giorno successivo da Pechino: “Non ho mai detto né pensato che servisse mandare la polizia nelle scuole. I titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà<a href="#note4">[4]</a>”; così, con la consueta disinvoltura, come una spensierata fata turchina che facesse sparire, al tocco della bacchetta magica, Cenerentola, la zucca e poi la stessa bacchetta magica. Tanto l’immagine dello studente che lotta in difesa dello <em>status quo</em> quanto quella del rivoltoso che lede i sacrosanti diritti dei suoi compagni di corso possono considerarsi il principale contrattacco che le istituzioni sferrano, almeno fino a un certo momento, contro la protesta studentesca, nonché la causa indiretta, più o meno cosciente, di non poche risoluzioni del movimento.</p>
<p>La decisione, lungamente dibattuta, di non bloccare la didattica risente infatti senza dubbio del timore di cadere nella trappola, di confermare, agli occhi della gente, i facili pregiudizi, di perdere insomma la battaglia d’informazione che gli studenti si sono trovati fin dall’inizio, giocoforza, a ingaggiare<a href="#note5">[5]</a>. Tale decisione, che non è affatto meramente organizzativa, ma contiene <em>in nuce</em> il senso stesso della strategia seguita e dei suoi obiettivi, fa virare la mobilitazione verso una delle due direzioni che si aprono dinanzi a qualunque protesta: tra la “lotta” e il gesto simbolico, la No Gelmini sceglie quest’ultimo; tra l’azione di disturbo e l’impegno a informare, diffondere le proprie istanze, manifestare il proprio dissenso, l’Assemblea si attesta sul secondo fronte, imboccando una strada egualmente faticosa, ma meno scivolosa, meno esposta, la cui meta si lascia intravedere solo da lontano, e per di più avvolta nella nebbia. La medesima scelta sembra orientare la maggior parte delle azioni pubbliche del movimento: quando una folla di studenti incamiciati di bianco raggiunge in bici l’affollata sede della manifestazione Terra Madre (25 ottobre) per affiggere nell’ingresso i suoi cartelloni e informare dei gravi fatti italiani il pubblico internazionale che ne esce a fiotti, si limita a farsi strombazzare dietro da qualche automobilista e al Lingotto non cerca in nessun modo di sfondare il cordone di sorveglianza; quando gruppi di studenti penetrano nella metropolitana e vi organizzano delle miniconferenze informative, il servizio non ne è affatto disturbato ; quando durante l’imponente corteo del 30 di ottobre uno spezzone di studenti entra nella stazione di Porta Nuova, la disposizione degli urlatori è: “Facciamo un giro nell’atrio ma <em>non</em> occupiamo i binari”, e la decisione di saltare giù dalla banchina, presa da un gruppetto di ritardatari quando i più hanno già abbandonato la stazione, è isolata e priva di conseguenze; quando, infine, l’avanguardia del corteo studentesco che irrompe nella sede di Torino Incontra (28 novembre) cerca sconsideratamente lo scontro con le forze dell’ordine provocandone la carica, alla successiva assemblea è aperto dissenso tra i pochi partigiani del contrasto diretto e la maggioranza contrariata dall’episodio, assidua nel ribadire la non violenza come strategia (e come valore) irrinunciabile dell’agitazione.</p>
<p>A dominare la maggior parte dei dibattiti è insomma, più che l’efficacia degli interventi in relazione agli obiettivi della protesta (l’abrogazione degli articoli 16 e 66 della legge 133), il grande tema, poi l’ossessione, della <em>visibilità</em>. La questione è ben più complessa di quanto appaia e cela una retroscena che definirei in senso lato ideologico: se da un lato c’è chi caldeggia lettere aperte ai quotidiani, dialoga con le TV locali e spinge sul fronte del volantinaggio e dell’informazione all’interno, ma soprattutto all’e-sterno dell’università, dall’altro alcuni replicano che quel che conta è <em>fare</em>, e non fare per farsi vedere, ma fare e basta, anche in assenza di pubblico, telecamere e giornalisti. Sabina Guzzanti, invitata dal collettivo Bonobo di Scienze politiche, nel corso di una conferenza a tratti urtante per i toni un po’ troppo paternalistici adottati dall’artista ma svoltasi essenzialmente nel segno della solidarietà, affermava in merito il 10 di dicembre, centrando il cuore del problema (parafraso): “Non dovete preoccuparvi che vi riprendano, che i giornali parlino di voi. Se lo hanno fatto finora è unicamente per ragioni commerciali. Davvero volete piegarvi a <em>questo</em> sistema di informazione? Agite senza pensare ai media. Quello che fate in qualche modo arriverà alla gente, ma che arrivi o meno non deve essere un vostro problema”.</p>
<p>L’ultima settimana di ottobre è forse la più calda dell’intera contestazione : mentre il decreto 137 sulla scuola conclude il suo iter legislativo, anche a dispetto dell’opposizione dell’intero mondo dell’istruzione e delle migliaia di email pervenute al presidente della repubblica con la richiesta di non firmare la conversione in legge, il movimento torinese si prepara ad accogliere il ministro Gelmini, attesa presso l’Unione industriale in occasione di un congresso sulla meritocrazia il 28 di ottobre. Nonostante l’assenza del ministro, che diserta prevedibilmente l’appuntamento torinese come tutte le altre uscite pubbliche fissate nello stesso periodo, la sera del 28 migliaia di studenti e ricercatori sfilano sotto una pioggia battente lungo le vie del centro, raggiungono la sede del congresso e la tempestano a lungo di slogan di protesta. Due giorni dopo (30 ottobre), lo sciopero generale della scuola porta in piazza, a Torino, circa 150.000 persone. La manifestazione è impressionante per quantità di partecipanti, per eterogeneità, per rabbia, indignazione, gioia. Si sprecano gli striscioni esilaranti, gli slogan arguti (celebre di lì a poco la frase, gridata a pieni polmoni da un paio di manifestanti che mi sfrecciano accanto: “Berlusconi, i capelli li devi alla ricerca!”) e l’Assemblea No Gelmini regala un momento solenne, sfilando per via Pietro Micca, quando la musica s’interrompe e alcuni ragazzi leggono a turno il documento redatto al termine dell’assemblea il giorno precedente. Ribadendo “l’assoluta indipendenza dell’As-semblea da qualsiasi formazione istituzionale, partito o sindacato che sia” e al contempo rivendicando “la sua forte politicità nel contrastare gli attuali provvedimenti e nell’inserire la propria azione in un processo di cambiamento”, il movimento chiarisce la propria posizione rispetto agli spiacevoli avvenimenti romani del 29 ottobre ricordati sopra, fissando come irrinunciabile caposaldo della propria azione “l’adesione ai principi dell’anti-fascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo” e precisando: “Questa netta e definitiva presa di posizione dell’Assemblea vuole essere un modo per chiarire definitivamente che quegli studenti dell’estrema destra che in questi giorni stanno cercando strumentalmente di cavalcare il movimento non sono assolutamente rappresentativi del nostro comune sentire. I nostri contenuti non possono che essere differenti da quelli di coloro che, al di dentro o al di fuori del Parlamento, si fanno promotori di classi differenziate per i bambini immigrati nelle scuole primarie o che da sempre rivendicano privilegi per pochi e nostalgicamente si rifanno al Ventennio fascista. Con tutti costoro l’Assemblea non intende in nessun modo essere confusa, nonostante l’avversità da loro in certe occasioni espressa nei confronti dei provvedimenti legislativi di cui sopra”.</p>
<p>A fine ottobre l’efficienza organizzativa della mobilitazione è all’apice: la trafficatissima <em>mailing-list</em> è stata sostituita da una <em>newsletter</em>; l’assemblea, diventata itinerante per permettere a tutti di prendervi parte, si svolge a rotazione nelle diverse facoltà occupate a cadenza settimanale; la radio torinese indipendente Black out trasmette in diretta da Palazzo nuovo a partire dal 22 ottobre una finestra quotidiana sulla protesta; gruppi di lavoro portano avanti autonomamente i progetti più svariati, dal volantinaggio davanti agli stabilimenti delle fabbriche (gruppo Oltre), all’attività di informazione e coinvolgimento degli immigrati, ai <em>sit-in</em> in metropolitana (gruppo Metro), alla rassegna stampa, agli aperitivi letterari, all’allestimento di spettacolini teatrali (Teatro brechtiano dell’Onda), agli interventi informativi nelle aule universitarie e nelle scuole, alla documentazione dei momenti salienti della mobilitazione mediante foto e video, poi di un vero e proprio notiziario on line (TorinoOnda News ad opera del collettivo DAMS e MULTIDAMS). Le diverse facoltà organizzano, tra novembre e dicembre, numerose maratone didattiche (“Maratona dell’università” a Scienze politiche; “Fisica porte aperte”; “Medicina porte aperte”, ecc.), offrendo agli studenti e alla cittadinanza tutta un’incessante programmazione di conferenze dal mattino alla sera; ai coordinamenti dei ricercatori precari, istituitisi nel frattempo <em>a latere</em> della No Gelmini e ad essa legati da un rapporto costante di scambio e dialogo, si deve l’iniziativa “Ricerca in strada”, che vede i portici di Piazza Vittorio Veneto affollati, tra il 3 e il 6 di novembre, di ricercatori d’ogni rango e specie intenti a brevi conferenze e dibattiti aperti ai propri colleghi e agli infreddoliti passanti.</p>
<p>“Noi la crisi non la paghiamo”, slogan prevalente della protesta accanto ai più combattivi “Tremonti, Gelmini e Brunetta, non sapete l’autunno che vi aspetta” e “L’u-niversità non si tocca, la difenderemo con la lotta”, si trasforma intanto significativamente nella promessa “Noi la crisi VE LA CREIAMO” e l’impressione che promana dall’interminabile assemblea del 3 novembre, ospite della sede di Scienze politiche, è quella di una macchina ben oliata in tutti i suoi ingranaggi, non soltanto in moto ma lanciata a tutta velocità in una corsa difficilmente arrestabile. I dibattiti teorici delle prime assemblee hanno lasciato il posto a interventi estremamente operativi, cui seguono votazioni per alzata di mano e risoluzioni immediate; la scaletta giornaliera della mobilitazione è talmente fitta che uno dei problemi più urgenti è l’attenzione a non sovrapporre le iniziative in corso. La misura del livello di organizzazione raggiunta dalle occupazioni la fornisce l’intervento di uno studente che spiega: “Per questioni organizzative, l’occupazione di Fisica si è trasferita a Biologia. Per chi volesse venire a farci visita, ogni sera abbiamo assemblea, seguono seminari. Alle 19.30, il cuoco butta la pasta”. La misura della passione e della determinazione che anima la maggior parte di questi ragazzi, la dà invece l’intervento di Leonard, uno dei leader più seri e inconsciamente carismatici della protesta torinese, la cui proposta precipita in mezzo alla riunione come un macigno, accolta da un attonito, reverente silenzio, e da un consenso molto più alto di quanto ci si potrebbe aspettare. “Mi sono interrogato a lungo, in questi giorni, su come radicalizzare la lotta che stiamo conducendo” esordisce il ragazzo, le cui occhiaie tradiscono diverse notti di insonnia, “e sono arrivato alla conclusione che lo strumento più forte in nostro possesso, l’ultimo che ci rimane, è lo sciopero della fame”. La proposta di installarsi davanti alla Prefettura entro tende della protezione civile, assistiti dagli studenti di medicina, e digiunare per un tempo imprecisato in segno di protesta, che a qualcuno potrà apparire folle, anacronistica, sproporzionata rispetto alla situazione contingente, è il segno manifesto, eclatante, della profonda <em>impasse</em> in cui gli ultimi provvedimenti governativi costringono l’intero movimento studentesco. Scegliendo, alcuni giorni prima, di sospendere il “secondo tempo della riforma” (ma il primo non erano altro che tagli: di autentica riforma, ancora, non si è parlato), il governo ha lasciato intendere di voler imboccare, nella controffensiva alla protesta, la strada della scaltrezza, del calcolo ingegnoso, piuttosto che quella della repressione diretta. Vaticina uno studente nel corso dell’assemblea del 3 novembre: “Ragazzi, raccontarci che si stanno spaventando sarebbe vana autoillusione; quello che faranno sarà concederci qualcosina, per sgonfiare la protesta senza grandi clamori”.</p>
<p>Il decreto legge 180, presentato il 10 novembre, conferma alla lettera queste previsioni: esso introduce un discrimine (già lungamente contestato, per l’inadeguatezza dei parametri adottati<a href="#note6">[6]</a>) tra i cosiddetti atenei virtuosi e quelli non virtuosi, destinando ai primi un bonus di finanziamenti ed elevando per questi il <em>turn-over</em> dal 20 al 50%, incrementando l’impiego del sorteggio nei concorsi per la docenza e stabilendo che almeno il 60% delle assunzioni possibili ai singoli atenei sia riservato a nuovi ricercatori, ma lascia sostanzialmente intatti i tagli stabiliti ad agosto, così come la possibilità giuridica, per le università, di convertirsi in fondazioni private. Il decreto-contentino, come viene spontaneo chiamarlo, raggiunge lo scopo desiderato. Da un lato, i coordinamenti dei ricercatori, degli amministrativi precari e l’intera Assemblea studentesca lo respingono come manovra insufficiente, torbida, ampiamente insoddisfacente non tanto per quello che dice (solo uno stolto negherebbe che il risanamento dei concorsi è impresa da intraprendere, in questo paese, il prima possibile, e nessuno studente si sognerebbe di difendere uno stato di cose a tal punto indifendibile), quanto piuttosto per quello che <em>non</em> dice: l’immane taglio ai fondi per l’università e per la ricerca e soprattutto la via aperta alla privatizzazione – che gli studenti denunciano quale il tassello definitivo apposto a un progetto di gran lunga antecedente a questi provvedimenti e nel quale individuano il loro bersaglio critico numero uno – rimangono ; solo che, come per magia, non fanno più scalpore. Dall’altro lato infatti – che è il lato forte, quello del potere, del calcolo, delle partite a scacchi – il rettore, le più alte cariche universitarie e un’ampia porzione della classe docente, dinanzi al decreto 180 si sfila immediatamente dalla protesta, accontentandosi di quel poco che essa è riuscita a strappare e dimenticandosi troppo in fretta che a strapparlo sono stati, prima di ogni altro, gli studenti.</p>
<p>L’assemblea allargata di ateneo del 13 novembre – che per lo spropositato numero dei partecipanti offre uno spettacolo davvero insolito e ispira un senso di autentica emergenza – provoca indignazione persino in chi veglia costantemente, come la sottoscritta, per preservare un minimo di distacco dagli eventi: l’intera prima parte, nel corso della quale prendono la parola il rettore e alcuni altri membri del senato accademico, è sostanzialmente un prolisso panegirico dell’Università degli Studi di Torino, a detta degli oratori l’ateneo più sottofinanziato d’Italia nonché uno dei più virtuosi tanto nella gestione dei fondi quanto nel piano reclutamenti, conseguentemente al riparo dal blocco delle assunzioni e a pieno titolo destinatario delle migliorie apportate dal decreto 180 alla legge 133. Non una parola è spesa sulla mobilitazione studentesca, né sulla drammatica situazione dei precari amministrativi e della ricerca, né tanto meno sull’ipotesi di proseguire, dall’alto, una qualche forma di battaglia contro i provvedimenti in atto. Pur ribadendo “che il patrimonio di conoscenze dell’Università è un bene pubblico inalienabile, bene comune di tutta la Nazione come sancito dalla Costituzione”, la mozione finale del senato dipinge di fatto il presente e il passato prossimo dell’ateneo torinese (parafraso il documento stilato al riguardo dal rappresentante del personale tecnico-amministrativo) come uno dei migliori mondi possibili, dilungandosi in “attese” (ci si augura una maggiore e lungimirante attenzione per il sistema universitario), “parziali soddisfazioni” (per il recente decreto correttivo), in palleggiamento di critiche (improvvisamente viene denunciata la perversità del 3+2 che ha “raddoppiato” i corsi di laurea ) e autocelebrazione.</p>
<p>Brusca la replica del delegato dell’Assemblea No Gelmini, che non senza una certa arroganza (scavalcando decine di interventi già prenotati ) respinge l’imbonimento del rettore e a nome dell’Assemblea gli chiede di prendere ufficialmente posizione tanto contro la 133 quanto contro il decreto 180, concludendo incisivamente con il monito, indirizzato all’intero senato accademico: “O siete parte della soluzione, o siete parte del problema”. La provocazione non suscita che un malcelato disagio e anche la mozione dei ricercatori precari contenente, tra le altre cose, la richiesta di inserire nello statuto di ateneo una norma atta quantomeno a ostacolare la trasformazione dell’università in fondazione, è lasciata cadere nel vuoto.</p>
<p>La sera stessa, un treno speciale di Trenitalia parte, carico di studenti, alla volta di Roma, dove per il mattino successivo (14 novembre) è indetta la manifestazione nazionale del movimento e dove nelle giornate del 15 e 16 novembre sono previste, presso l’Università La Sapienza, l’assemblea plenaria di tutti i gruppi mobilitati d’Italia e i lavori dei tre <em>workshop</em> dedicati rispettivamente a didattica, <em>welfare</em>, ricerca. La parola d’ordine lanciata sopra ogni altra dalla tre giorni di Roma è “autoriforma” e la prospettiva quella di una generale, riconquistata volontà progettuale nei confronti del sistema universitario e della ricerca. Con essa si inaugura la seconda fase della protesta studentesca, che all’opposizione alla legge 133 vede affiancarsi, a Torino come in altre città italiane, quella che potremmo chiamare la <em>pars construens</em> della mobilitazione, battezzata dal movimento torinese, con una formula eloquente quanto ossimorica, il Cantiere dell’Onda. Muovendo dalla critica alla legge 133 (senza la cui parziale rimozione qualunque progetto per un’università migliore risulta vano e irrealizzabile), il Cantiere si presenta, fin dalla sua prima riunione il 19 di novembre, come uno spazio di dibattito entro il quale raccogliere ed elaborare proposte per un’università alternativa, strutturato al suo interno nei cinque gruppi di lavoro rivolti ai grandi temi della democrazia interna, della didattica, del <em>welfare</em> e del diritto allo studio, della sostenibilità ambientale, della ricerca. Pur arrestandosi necessariamente al livello propositivo, le attività del Cantiere rispondono degnamente alla scontata critica delle istituzioni secondo la quale gli studenti saprebbero solo essere <em>contro</em> e non proporrebbero mai nulla, e valgono a testimoniare meglio di qualunque replica l’autenticità, l’impellenza, la profonda necessità della contestazione in corso.</p>
<p>Oltre al già citato diverbio sulla non violenza (è il momento di stabilire, per i prossimi faccia a faccia con la polizia, se le mani vanno tenute abbassate, alzate, o in avanti, consapevoli che da decisioni di questo tipo sogliono dipendere le sorti di interi movimenti), nel corso dell’assemblea tenutasi a Fisica il 1 di dicembre emerge l’annoso, controverso problema della <em>rappresentabilità</em>. Che l’Assemblea No Gelmini e la mobilitazione tutta siano <em>irrappresentabili</em>, e che cioè le loro istanze non possano né debbano essere delegate a nessuno fuorché all’Assem-blea stessa, sembra essere convinzione di molti, nonché una delle conclusioni della plenaria romana e uno dei maggiori punti di convergenza con i movimenti del Sessantotto, da cui l’Onda tiene tanto spesso a distinguersi. Ma se la diffidenza verso sindacati e partiti extraparlamentari trova giustificazioni più che plausibili, quella nei confronti delle rappresentanze studentesche può suscitare – e di fatto suscita – diverse perplessità : ci si potrebbe chiedere, a questo proposito, come sia possibile che nel pieno della protesta, quando ci si aspetterebbe che il favore e il sostegno degli studenti andassero interamente ai collettivi mobilitati, a detenere la maggioranza studentesca siano CL e FUAN. Ci si potrebbe rispondere che il motivo determinante è l’astensione dal voto dei fiancheggiatori della protesta e dei suoi stessi partecipanti, proprio in nome di un principio d’irrappresentabilità che si rifiuta di riconoscere, in un sistema che condanna fin dalle fondamenta, strumenti utili all’abbattimento o al perfezionamento di quello stesso sistema. Si potrebbe allora continuare a discutere, chiedendosi quanto e fin dove debba spingersi la radicalità di queste posizioni, e da che punto in poi smetta semplicemente di valerne la pena. Si tratta di questioni oltremodo delicate, che l’Assemblea No Gelmini non risolve, o non risolve che in apparenza, o non ha il tempo – data la brevità della sua avventura e la fugacità del suo momento teorico – di svolgere fino a una soluzione condivisa.</p>
<p>Intanto gli eventi precipitano, fuori e dentro l’Italia: mentre il mondo esulta per l’elezione del primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti, in Grecia la rivolta studentesca contro la recente riforma universitaria si trasforma, a seguito dell’uccisione dello studente quindicenne Alexander Andreas Grigoropoulos da parte di un poliziotto dei corpi speciali greci cosiddetti “Blue Suits”, il 6 dicembre, in una vera e propria guerriglia urbana; a dispetto di tutte le rassicurazioni degli esperti la crisi finanziaria mondiale investe prepotentemente l’economia reale e dà avvio a quella che da lì a poco sarà chiamata, senza più indugi, la recessione globale; a Rivoli (To) il 22 di novembre l’improvviso crollo del soffitto del liceo Darwin provoca la morte del diciassettenne Vito Scafidi e quattro feriti gravi, suscitando numerose polemiche sulla sicurezza degli edifici scolastici e inasprendo la mobilitazione in atto; il 5 di dicembre, a poche ore dalle dichiarazioni con cui la Cei (Conferenza episcopale italiana) minaccia la mobilitazione delle scuole cattoliche nel caso in cui i tagli preventivati dalla finanziaria non vengano ritirati, il governo promette di ripristinare i fondi per le scuole private cattoliche<a href="#note7">[7]</a>, sommando così al danno della 133 una beffa talmente colossale e sfacciata – per tutti gli studenti mobilitati in difesa dell’istruzione pubblica come per il popolo italiano in genere – da non essere percepita che a stento e suscitare reazioni molto più flebili del dovuto.</p>
<p>Ricalcando più o meno consapevolmente il percorso battuto dai giovani del Sessantotto, tra novembre e dicembre l’Assemblea No Gelmini intreccia la propria lotta a quella di diversi gruppi e movimenti contestatori, forgiandosi un’identità sempre più precisa ma anche smarrendo, necessariamente, quella compattezza che le dava l’essere scesa in campo con un obiettivo pratico quanto circoscritto. Solidarizza così, mediante confronti spesso arricchenti e produttivi, con il movimento No-Tav della Val di Susa, con la protesta degli operai cassaintegrati e dei precari dei <em>call-center</em>, con le richieste basilari degli immigrati e dei rifugiati politici (“casa, lavoro, residen- za”; “noi abbiamo già pagato” recitano gli striscioni della rete migranti), con la protesta degli studenti greci e tutte le vittime della repressione poliziesca (il 20 dicembre il Politecnico di Atene ha indetto una giornata di mobilitazione internazionale contro tutti gli omicidi di stato), con l’ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia), con le vittime della guerra in Congo, con gli operai della Thyssen (il 6 dicembre, primo anniversario della tragedia delle acciaierie ThyssenKrupp, gli studenti sfilano accanto agli ex lavoratori e lavoratrici dello stabilimento; il giorno successivo alla tragedia di Rivoli, un corteo studentesco aveva interrotto la proiezione di un film del Torino Film Festival al motto “di scuola e lavoro non si può morire” e “da Rivoli alla Thyssen per non dimenticare”).</p>
<p>Nel frattempo, con il concludersi della fase più eclatante della protesta, i riflettori abbandonano la mobilitazione degli studenti, attratti da <em>scoop</em> più freschi e più appetibili, e la stessa assemblea torinese, che pure non interrompe le sue attività se non durante le festività natalizie, vede il progressivo assottigliarsi delle sue fila, vuoi per stanchezza dei singoli membri, alcuni dei quali sfibrati da oltre due mesi di occupazione; vuoi per scoramento dinanzi a una situazione stagnante da troppo tempo e visibilmente priva di sbocchi; vuoi per fisiologico esaurirsi di una forza rimasta sostanzialmente inascoltata, intenta da oltre tre mesi a lanciare sassolini contro il muro di perfetta, totale indifferenza che il governo le ha svagatamene opposto.</p>
<p>Lo sciopero generale indetto dalla CGIL il 12 di dicembre vede a Torino, come in altre città d’Italia, un’adesione inferiore alle aspettative: al corteo sono presenti, in mezzo alle bandiere del sindacato e a quelle dei partiti della sinistra extraparlamentare, gli striscioni dei ragazzi della No Gelmini e quello dei ricercatori precari delle scienze umane, mentre il mondo della scuola, forse confuso dalla notizia mattutina sulla presunta marcia indietro del ministro sulla 137, poi smentita, diserta ampiamente la piazza. A mezzogiorno la manifestazione si è già dispersa, eccezion fatta per uno spezzone studentesco che prosegue fino all’Unione industriale e qui si macchia di un episodio increscioso (alcuni studenti, probabilmente medi, incendiano in segno di protesta alcuni copertoni), poi duramente condannato nel corso della successiva assemblea.</p>
<p>Tra il 21 e il 23 di dicembre i vari collettivi universitari decidono di interrompere, almeno provvisoriamente, le occupazioni in atto, e le attività dell’Assemblea vengono quasi interamente sospese fino al 9 gennaio. Il giorno precedente ha visto la conversione in legge del decreto 180 (legge 1/09) e con essa il suggello definitivo al processo contro cui si battono dall’inizio dell’autunno migliaia di studenti e ricercatori in tutta Italia. Ma all’as-semblea del 9 e alle successive, ben più fiacche e spopolate delle precedenti, si parla soprattutto del recente attacco israeliano a Gaza e delle iniziative di solidarietà con le vittime, mentre la ricostruzione di quella portentosa macchina che il movimento ha messo in moto nei mesi precedenti è sollecitata da diversi partecipanti con energia immutata ma convinzione, a quanto sembra, sempre più vacillante.</p>
<p>Sottolineando le differenze tra l’Onda e il movimento sessantottesco, un comunicato dell’Assemblea No Gelmini del 29 ottobre proclamava: “Negli anni Sessanta quegli studenti e quelle studentesse si rivoltarono contro la generazione dei loro padri. Noi oggi, ci troviamo paradossalmente ad invidiare i nostri genitori e le loro antiche sicurezze. Per i ragazzi del Sessantotto immaginare un futuro migliore, lottare per esso era un obbligo che il loro tempo imponeva ; noi siamo stati definiti generazione ‘<em>no future</em>’, senza futuro. Oggi essere studenti e studentesse e lottare immaginando un altro futuro è già di per sé un atto di coraggio. Vorrebbe esserci negata la possibilità stessa di immaginare l’alternativa. La nostra mobilitazione vuole riprendersi questa possibilità e nel farlo sta agendo un altro modo di praticare la politica e di dare senso a quest’ultima”.</p>
<p>Le divergenze rispetto a quegli anni appaiono evidenti (incommensurabile al movimento sessantottino per estensione e intensità teorica, l’Onda è comprensibilmente estranea alla lotta di classe, non conosce la capillarità né la generalità del primo, non ne ha la rabbia repressa, la coesione, la durata), ma alcune convergenze ci sono, e ci sono perché ineluttabili. Le strade della protesta, le sue strategie e gli strumenti a disposizione, infatti, non sono infiniti. Idearne di totalmente nuovi, inventarsi un volto inedito della lotta – ossessione di questa protesta e inaggirabile compito di qualunque contestazione – è un’impre-sa non soltanto ardua ma quasi impossibile. Anche i finali a disposizione non sono, ahimè, infiniti. Per quest’avventura – che pure rimane il segno tangibile, indelebile, di una lucidità e di una volontà di impegno che si temevano del tutto scomparse – si lascia prevedere un finale amaro. Unico auspicio di chi sta a guardare le ultime sfilacciate stazioni di questo percorso è che all’ultimo esso riesca a contraddirci e sorprenderci, come ha già fatto, ancora una volta.<br />
<strong>FONTI SUPPLEMENTARI</strong></p>
<p><a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/elelenum.htm">Testi delle leggi 133/08, 169/08 e 1/09</a></p>
<p><a href="http://assembleanogelmini.blogspot.com/">Blog Assemblea No Gelmini</a></p>
<p><a href="http://ilfaggiounito.blogspot.com/">Blog Collettivo Il faggio</a></p>
<p><a href="http://collettivodams.livejournal.com/">Blog Collettivo DAMS &amp; MULTIDAMS</a></p>
<p><em>L’internazionale surfista, L’esercito del surf. La rivolta degli studenti e le sue vere ragioni</em>, Roma, Derive Approdi, 2008</p>
<p><em>Enciclopedia del Sessantotto</em>, Roma, Manifestolibri, 2008</p>
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<p><a name="note1"></a> Il riferimento è alla mobilitazione degli studenti e dei lavoratori francesi, nella primavera del 2006, contro il CPE ( <em>Contrat première embouche</em>, contratto di primo impiego ), conclusasi con la marcia indietro del governo e la sostanziale vittoria del movimento.&gt;</div>
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<p><a name="note2"></a> « “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno”. Ossia ? “In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito&#8230;”. Gli universitari, invece ? “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”. Dopo di che ? “Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”. Nel senso che&#8230; “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”. Anche i docenti ? “Soprattutto i docenti”. Presidente, il suo è un paradosso, no ? “Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo ? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza : un atteggiamento criminale !” ». Intervista di Francesco Cossiga a « Il Quotidiano Nazionale », 23/10/2008, cit. in <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=32976406">http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=32976406</a> ( questa e le fonti elettroniche citate in seguito sono state consultate in data 24/01/2009 ).</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note3"></a> <a href="http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,News-Tg1%5E71%5E142207,00.html">TG1 delle h. 20, 22/10/2008</a></div>
<div id="ftn">
<p><a name="note4"></a> <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200810articoli/37587girata.asp">23/10/2008, «La Repubblica»</a></div>
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<p><a name="note5"></a> Mi piace ricordare, a questo proposito, il vivace articolo di Curzio Maltese uscito su « La Repubblica » del 25 ottobre, per la rubrica SCUOLA &amp; GIOVANI : « Nell’aula della Statale che fu il tempio dei liderini sessantottini, da Capanna a Cafiero […] assisto a un collettivo sul tema della comunicazione. Discorsi ruvidi ma affascinanti. Del tipo : “Occupazioni, slogan, cortei, tutta roba che puzza di vecchio. Dobbiamo inventarci ogni giorno una cazzata buona per i notiziari, fare come lui. Il Berlusca quando deve distrarre l’attenzione dal taglio del tempo pieno che fa ? Scatena il dibattito sul grembiulino”. E quindi vai con le trovate. Un giorno la lezione in piazza sfidando i capannelli, un altro il sit-in coi libri sulle linee del tram, un altro ancora i messaggi in bottiglia da distribuire ai passanti, poi la festa aperta a tutti ( “un momento ludico ci vuole” ). “Qualcuno ha un&#8217;altra idea ?”. Sembra una riunione creativa di pubblicitari. Marco prende la parola : “Bisogna trovare il modo di non farsi criminalizzare. Di non farsi fottere come i lavoratori dell’Alitalia o i fannulloni dell’impiego pubblico o gli immigrati delinquenti. Se ci trovano un’etichetta, tipo che siamo comunisti o non vogliamo studiare, ce l’abbiamo nel c&#8230;” ». <a href="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-3/lezione-piazza-duomo/lezione-piazza-duomo.html?ref=search">25/10/2008, <em>La Repubblica</em></a></div>
<div id="ftn">
<p><a name="note6"></a> In sintesi, è considerato virtuoso un ateneo che non sfora il limite del 90 % del FFO per le spese di personale. Gli altri parametri di efficienza – che dovrebbero essere ridefiniti a breve dal Civr ( Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca ) e dal Cnvsu ( Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario ) – risultano ad oggi legati a dati prevalentemente quantitativi quali il numero degli iscritti, il numero dei laureati, il numero delle pubblicazioni annue dei docenti, e trascurano ampiamente la valutazione della didattica e in generale il coinvolgimento degli studenti nelle operazioni valutative.</div>
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<p><a name="note7"></a> <a href="http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-8/cei-contro-tremonti/cei-contro-tremonti.html">05/12/2008, <em>La Repubblica</em></a></div>
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		<title>Benedetta Tobagi, &#8220;La voce delle vittime delle stragi&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 22:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Solange Chavel</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Criticism]]></category>

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		<description><![CDATA[Versione PDF
Questo testo è stato letto al convegno “Denuncia. Speaking up in modern Italy”, tenutosi alla casa italiana Zerilli-Marimò, presso la New York University, nel marzo del 2009.
In omaggio all’articolo di Pasolini che è il punto di partenza di questo convegno, oltre che per ragioni di brevità, concentrerò il mio discorso sulle attività collegate alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="wp-content/uploads/2009/05/benedetta1.pdf">Versione PDF</a></p>
<p><em>Questo testo è stato letto al convegno “Denuncia. Speaking up in modern Italy”, tenutosi alla casa italiana Zerilli-Marimò, presso la New York University, nel marzo del 2009.</em></p>
<p>In omaggio all’articolo di Pasolini che è il punto di partenza di questo convegno, oltre che per ragioni di brevità, concentrerò il mio discorso sulle attività collegate alla memoria delle stragi. Premetto però che tali attività si svolgono in organico collegamento a iniziative incentrate sulle vicende del terrorismo di sinistra e le sue vittime. Un’impostazione analoga, vorrei aggiungere, può essere valida anche per vittime delle mafie.<span id="more-150"></span></p>
<p>Innanzitutto, alcuni dati: tra il 1969 e il 1980, avvengono in Italia sei stragi, bombe collocate in luoghi pubblici per creare terrore indiscriminato nel disegno di favorire una svolta autoritaria o un più generico spostamento a destra dell’asse politico, hanno fatto ben 128 morti. Lunghissimi iter processuali hanno permesso di giungere all’individuazione e alla condanna degli esecutori materiali solo in due casi (Bologna e Peteano). In nessun caso si è arrivati alla condanna dei mandanti.</p>
<p>Un quadro sconfortante che potrebbe indurci a ritenere che siamo ancora fermi al grido di Pasolini nel 1974: “Io so, ma non ho le prove”.</p>
<p>Non è così. Nonostante i vergognosi esiti giudiziari, infatti, si sono compiuti passi avanti significativi nella conoscenza dei fatti. Nelle pieghe dei fascicoli processuali, milioni di pagine, ci sono innumerevoli indizi e anche molte di quelle prove che Pasolini chiedeva alla classe politica di produrre. Non tutte – per questo non si è pervenuti a condanne definitive – ma molte sì.</p>
<p>Passando dalla logica giudiziaria alla ricerca storica, sulla base della ricostruzione del contesto politico interno e internazionale e delle molte evidenze accumulate dai magistrati, possiamo attribuire con certezza le stragi ad organizzazioni terroristiche neofasciste o neonaziste. Nel caso di piazza Fontana, nell’ultimo processo celebrato nel 2000, sulla base di nuove prove si è giunti ad accertare la colpevolezza di Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi erano stati assolti nei tre gradi di giudizio di un processo precedente, quindi, secondo il principio del <em>ne bis in idem</em>, non più condannabili. E’ tuttora in corso, 34 anni dopo il fatto, il processo per la strage di Brescia: al banco degli imputati anche un generale dei Carabinieri, imputato per depistaggio delle indagini. A prescindere da quello che sarà l’esito del procedimento, l’istruttoria ha prodotto una messe di nuovi documenti, che saranno presto a disposizione dei ricercatori.</p>
<p>Dobbiamo però registrare che il peso delle prove ormai acquisite è quasi sempre ignorato, quando non volutamente occultato, dai media e dal dibattito pubblico. Il sapere sociale è sempre contaminato dal potere. In questo caso, esso si impegna attivamente per distogliere l’attenzione da verità scomode: non solo la colpevolezza di un’estrema destra che ha molti “vecchi amici” nell’attuale parlamento<a href="#note1">[1]</a>, ma anche le responsabilità accertate di alcuni settori degli apparati di sicurezza dello Stato nell’offrire appoggio, protezioni, vie di fuga ai terroristi imputati per strage e a depistare le indagini distruggendo prove o diffondendo falsi indizi. Tende a cementificarsi un luogo comune sulle stragi impunite, le stragi senza colpevoli, che diventano nella vulgata corrente: le stragi su cui non si può affermare nulla di certo<a href="#note2">[2]</a>. Non più di un anno fa, la terza carica dello Stato, il presidente della camera Gianfranco Fini ha affermato in un dibattito televisivo in prima serata che “le stragi restano un mistero”, senza qualificare l’affermazione. Il giornalista non l’ha corretto. Che si tratti di ignoranza, superficialità o volontaria disinformazione, oggi ci troviamo dunque a confrontarci con una sfida differente, che è la continuazione ideale della battaglia condotta da molti magistrati, intellettuali e settori della società civile durante i processi. Non deve disperdersi lo sdegno per la terribile normalità della pratica delle stragi, usate e lasciate impunite dal potere. Noi sappiamo, abbiamo alcune prove indubitabili, e non vogliamo che la verità sia nascosta o rimossa.</p>
<p>Questa sfida è ben sintetizzata in una frase di Kundera: “La lotta dell&#8217;uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l&#8217;oblio”<a href="#note3">[3]</a>. Approfondire, conservare e diffondere la verità sulle stragi, infatti, non riguarda soltanto una pagina luttuosa della storia italiana, ma è parte integrante di una più ampia battaglia contro gli abusi e l’impunità del potere.</p>
<p>Il magistrato Roberto Scarpinato, con il libro <em>Il ritorno del principe. La criminalità dei potenti in Italia</em> offre una rilettura complessiva della storia italiana dall’età moderna a oggi che ci consente di cogliere appieno la valenza del problema. Egli considera infatti le vicende della strategia della tensione, le molte stragi consegnate all’impunità, uno degli epifenomeni dell’“eterno Principe italiano”, ossia il volto osceno di un potere che non esita a servirsi della violenza - dei terroristi neofascisti come dei criminali mafiosi - in funzione del consolidamento del proprio potere e la salvaguardia dei propri interessi<a href="#note4">[4]</a>.</p>
<p>Come annunciato dal titolo, voglio approfondire in particolare il ruolo e il potenziale della voce delle vittime in questa denuncia che si perpetua nei decenni, oltre i ritmi frenetici delle emergenze dell’attualità, che consuma velocemente gli scandali e gli sforzi di denuncia di pochi intellettuali e giornalisti coraggiosi.</p>
<p>Carlo Lucarelli ha più volte sottolineato l’importanza del ruolo svolto dalle organizzazioni dei parenti delle vittime nella ricerca della verità: “Senza parenti e vittime costituiti in una sorta di opinione pubblica organizzata per fare pressione sulle istituzioni e mantenere alta l’attenzione della gente sull’argomento, episodi come la strage di Bologna o quella di Ustica, solo per fare un esempio, sarebbero rimasti ancora più misteriosi di quello che sono. Anche in questo caso, come per quello della controinformazione, è toccato alla gente, la gente comune, mettersi assieme per farsi da sé e meglio qualcosa che altri avrebbero dovuto fare come dovere istituzionale. E anche questo dimostra come sia poco normale il Paese in cui viviamo”<a href="#note5">[5]</a>.<br />
Le vittime delle stragi e del terrorismo vivono una situazione peculiare: la loro esperianza traumatica si colloca al crocevia tra la dimensione pubblica e quella privata. La vittimologa Susanna Vezzadini ha lavorato approfonditamente sulle interviste raccolte da sopravvissuti e familiari delle vittime, individuando il <em>Leitmotiv</em> delle loro posizioni in due elementi:</p>
<p>1) il bisogno di riconoscimento, approfondito da Ricoeur<a href="#note6">[6]</a>. Esso si collega organicamente alla domanda di verità. Il riconoscimento del trauma patito dai sopravvissuti e i familiari delle vittime non può prescindere dal fatto che lo Stato individui e punisca gli autori delle stragi, e laddove è mancata la giustizia dei tribunali, attendono che lo Stato se ne assuma pubblicamente la responsabilità. Purtroppo, le vittime vivono la sofferenza perdurante non solo dell’ingiustizia subita, ma anche dell’oblio e del misconoscimento da parte delle istituzioni.</p>
<p>2) il “bisogno di comunità”, come recentemente tematizzato da Zygmun Bauman<a href="#note7">[7]</a>. Con la loro urgenza di verità e giustizia, le vittime possono svolgere una obiettiva funzione civile contro oblio, “il valore fondante di ogni società, l’aspetto irrinunciabile per tornare a dare vita a quell’ideale di comunità che il crimine ha violato. Una giustizia che ha pertanto una profonda connotazione altruistica, riguardando la salvaguardia dei valori democratici”<a href="#note8">[8]</a>.</p>
<p>In questo modo, il superamento individuale del trauma si combina con un fenomeno di più ampia portata: la trasformazione del ruolo simbolico della vittima nella società. Da soggetto temuto, da neutralizzare, in quanto potenzialmente portatore di istanze di vendetta, la vittima diviene agente promotore di verità, prima giudiziaria e poi storica, e si inserisce nel disorso pubblico come portatore di conoscenze e valori utili ad un miglioramento del tessuto civile della comunità. Questo passaggio è benefico anche per l’individuo: io stessa posso testimoniare, a partire dal mio vissuto, quanto sia fecondo poter uscire dal ruolo di vittima costretta al silenzio o strumentalmente esibita in pubblico per trasformarsi in testimone che elabora idee e strumenti per partecipare attivamente al dibattito pubblico. Anche per questo sono qui.</p>
<p>Nel saggio breve <em>Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia<a href="#note9">[9]</a></em>, Ricoeur propone un originale approccio dialettico al problema del male, non solo teoretico, ma articolato in tre momenti complementari: <em>pensare, agire, sentire</em>. Queste parole-chiave sono linee guida per l’azione anche nell’ambito della memoria traumatica della violenza terroristica di ogni matrice, declinata in forme e modalità differenti e complementari.</p>
<p>Il pensiero razionale si esercita sulla comprensione dei fatti e dirige il momento dell’azione perché la conoscenza sia preservata e divulgata, agendo nella società presente, e ad esso s’innesta il sentire, che porta il valore aggiunto dell’empatia come frutto dall’esperienza e dai valori rappresentati dalle vittime: empatia come garanzia del rispetto per l’essere umano, che deve essere sempre considerato come fine e mai esclusivamente come mezzo sacrificato agli interessi della politica.</p>
<p>Vediamo dunque come le vittime dei terrorismi hanno cercato di attuare queste linee d’azione. Le associazioni dei familiari hanno dato l’impulso alla creazione di centri denominati “Case della Memoria”.</p>
<p>La prima Casa della memoria è nata a Brescia nel 2000, con la partecipazione <em>bipartisan</em> delle istituzioni locali. Significativamente, essa nasce da una ferita inferta alla piazza cittadina, storicamente sede del comizio, della vita popolare, inclusa la protesta: da essa scaturisce un centro che ambisce a svolgere la funzione sociale di trasmettere il senso del passato di una comunità<a href="#note10">[10]</a>.</p>
<p>Una Casa della Memoria per il terrorismo e le stragi sottolinea, sin dal nome, la centralità della dimensione della memoria. Essa si definisce in relazione al piano del mero ricordo e all’oggettività della storia. Se il ricordo è la semplice impronta di esperienze passate sulla coscienza, il sociologo Giovanni Moro spiega che “la memoria è la capacità di dare un posto al ricordo e in questo modo di farlo diventare parte dell’identità”<a href="#note11">[11]</a>. Questa centralità nasce dalla consapevolezza dell’importanza della funzione pubblica della memoria di determinati accadimenti, consapevolezza che nasce dalla percezione di un vuoto, di una lacerazione inferta alla società intera dal terrorismo. Il farmaco è allora “una memoria pubblica, viva ed attuale, indispensabile alle nuove generazioni, in quanto specchio del grado di civiltà di un popolo e collante identitario per tutti coloro che vi si riconoscono”<a href="#note12">[12]</a>. Essa “è un atto che si compie tra vivi ed è volto a legare tra loro individui al fine di costruire una coscienza pubblica […] ha un valore pragmatico, serve <em>per fare</em>, dice oggi che del passato si è trattenuto qualcosa, e che quel qualcosa ha arricchito la nostra capacità di agire”<a href="#note13">[13]</a>.</p>
<p>La memoria è il campo dell’esperienza, del vissuto, contiene una forte carica di soggettività, un tratto che la differenzia dalla storia e che rivendica come valore.</p>
<p>Quanto agli scopi e alle attività, la Casa della Memoria è un centro di raccolta di documenti, tra cui anche testimonianze, in primo luogo delle vittime (voce finora del tutto ignorata), ma non solo. Essa, però, non vagheggia la costruzione di un’impossibile “memoria condivisa” (un termina che fa pensare alla “Mulino Bianco history”, come la definisce Pivato, che appiattisce, banalizza, cancella contrasti e differenze<a href="#note14">[14]</a>). Ricoeur ci è di nuovo d’aiuto: nella Casa della memoria può trovare la sua sede naturale la costruzione di una memoria collettiva si può impostare a partire dalla <em>fenomenologia dell’intersoggettività</em> di Husserl, mediante la costruzione simultanea, mutua e incrociata della memoria individuale e della memoria collettiva<a href="#note15">[15]</a>.</p>
<p>Oltre alle testimonianze, raccoglie e archivia documenti: in primo luogo, vi sono confluiti fondi di documentazione di privati (ex magistrati, ricercatori, attivisti politici), e copie dai fascicoli processuali delle inchieste sulle grandi stragi, digitalizzati, così da poter creare ampie banche dati su cui svolgere ricerche veloci e incrociate.</p>
<p>In parte archivio, ma non museo. La Casa della Memoria mira a superare la dimensione commemorativa, obbedendo piuttosto<span> </span>a una vocazione pedagogica: organizza corsi di formazione per insegnanti, fornendo strumenti didattici per affrontare la storia degli anni Settanta e dei terrorismi; organizza inoltre incontri di approfondimento per gli studenti delle superiori su temi specifici, che spesso prevedono la partecipazione di testimoni degli eventi (vittime, magistrati, politici, etc.).</p>
<p>Centrata sulla memoria, ma in relazione con la storia. Mantiene viva la relazione con i centri di ricerca e le università. Non svolge supplenza dell’accademia, ma promuove iniziative culturali, dibattiti, convegni, presentazioni di saggi. Un impegno di divulgazione delle recenti acquisizioni della storiografia per contribuire all’arricchimento del “senso comune storiografico” su basi scientificamente corrette: divulgare, ricordiamolo, non significa per forza volgarizzare.</p>
<p>A Brescia è nata attorno ad un evento singolo, la strage, sebbene l’interesse spazi ad abbracciare tutta la “memoria inquieta” degli anni Settanta.</p>
<p>Il progetto che faticosamente sta prendendo forma a Milano deve confrontarsi con le ferite di una città che è stata epicentro di stragismo, terrorismo di sinistra e violenza politica. Si vuole superare un’annosa, spesso pretestuosa, contrapposizione, tra vittime “di destra” e “di sinistra”, dovuta assai più a interferenze politiche che non alla sensibilità delle vittime. Voler coprire tutti gli aspetti, ovviamente, crea grosse difficoltà nel rapporto con le istituzioni locali: ad esempio, laddove la destra è al governo, il discorso pubblico sullo stragismo è particolarmente ostico da far accettare. Ma questa, direbbe Lucarelli, è un’altra storia – spesso sconfortante.</p>
<p>C’è in cantiere una casa della Memoria anche a Padova, epicentro sia dell’eversione neofascista che del fenomeno, negletto dagli storici, del “terrorismo diffuso” alimentato dall’Autonomia Operaia Organizzata.</p>
<p>La Casa della Memoria mantiene un forte ancoraggio con le vicende locali. La dimensione territoriale è compensata dal collegamento con altre realtà affini sparse sul territorio. Il veicolo principale è rappresentato dalla “Rete degli archivi per non dimenticare”. Essa è nata in occasione di un convegno a Roma il 19 dicembre 2006, che ha radunato i rappresentanti delle principali associazioni di vittime del terrorismo, alcune associazioni di vittime di stragi mafiose e numerosi centri di documentazione pubblici e privati (titolari di fondi cartacei, audio, audiovisivi, etc.) che si occupano di movimenti politici e sindacali, terrorismo, stragi, eversione, criminalità organizzata nell’Italia repubblicana<a href="#note16">[16]</a>. Tali centri di documentazione hanno particolare importanza in Italia in ragione della pessima politica archivistica nazionale, che non cura il regolare versamento dei fondi dagli archivi correnti a quelli storici e tarda a rendere accessibile la documentazione governativa (nonostante una legge recente abbia fissato il termine del segreto a trent’anni)<a href="#note17">[17]</a>. Essi sono insostituibili quando si tratti di ricerche relativamente ad aspetti diversi dalla classica storia politica.</p>
<p>La Rete degli archivi è un semplice network di associazioni; non ha personalità giuridica, ma si configura piuttosto come un’“associazione di scopo”. Recentemente, abbiamo stretto un accordo con la Fondazione Libera (contro le mafie), per coordinarci e cooperare attivamente sia sul versante della promozione di una migliore prassi archivistica, per la cultura della documentazione e per le attività di formazione.</p>
<p>Tra le attività principali in cui è impegnata da due anni a questa parte:</p>
<p>- pressione sulle istituzioni per maggiore trasparenza nella politica archivistica, sfruttando in questa direzione il peso morale della voce dei familiari delle vittime, ad esempio per l’accesso al vasto archivio accumilato dalla Commissione parlamentare sul terrorismo e la mancata individuazione dei responsabili delle stragi;</p>
<p>- censimento e diffusione di info sugli archivi disseminato sul territorio relativamente ai temi di interesse;</p>
<p>- promozione di progetti digitalizzazione atti giudiziari e commissioni parlamentari d’inchiesta, per facilitarne e velocizzarne la consultazione;</p>
<p>- coordinamento di progetti di formazione per docenti e studenti delle scuole superiori.</p>
<p>La Rete, purtroppo, patisce gravemente per la carenza di fondi, oggi più che mai grave (il Ministero dei Beni Culturali ha decurtato drasticamente persino le risorse destinate agli Archivi di Stato<a href="#note18">[18]</a>).</p>
<p>Queste esperienze hanno finora dimensioni ridotte, e spesso faticano a trovare appoggi istituzionali, ma restano a mio parere dei modelli d’azione significativi e, soprattutto, sintomatici di un’attitudine diversa e nuova di approcciare il tema della memoria. In un momento di intensa crisi e sfiducia verso la politica e le istituzioni nel loro complesso, che l’impegno di quel particolare segmento della società civile rappresentato dalle vittime – persone che spesso hanno patito direttamente gli effetti del volto osceno del potere – sia orientato alla promozione dei valori fondanti della democrazia, mi pare un segnale particolarmente prezioso, che richiama le coscienze di tutti i cittadini a un coinvolgimento attivo per riempire di nuovi significati i concetti di denuncia e partecipazione democratica.</p>
<p>Ho aperto con Pasolini, vorrei chiudere con Roberto Saviano. Il secondo “mentore” di questa conferenza, pochi giorni fa (21 marzo 2009), di fronte alle decine di migliaia di persone che hanno marciato a Napoli in memoria delle vittime di tutte le mafie, ha commentato con emozione che si trattava di “un evento epocale”.</p>
<div>
<hr size="1" />
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<p><a name="note1"></a> Si veda ad esempio il recente documentario <em>Nazirock </em>di Claudio Lazzaro (Feltrinelli, 2008), sui collegamenti tra vecchi e nuovi neofascisti.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note2"></a> Si potrebbero produrre innumerevoli esempi dalla stampa quotidiana, ricordo solo due recenti interviste, riprese con grande rilievo da vari quotidiani, al venerabile maestro della loggia segreta P2 Licio Gelli, «Le stragi ci sono sempre state e sempre ci saranno perché non c&#8217; è ordine» (“Repubblica”, 1 novembre 2008) e al faccendiere della stessa loggia, Francesco Pazienza, che ha rilanciato ((“Repubblica”, 30 gennaio 2009) la pista mediorientale per la strage di Bologna (Pazienza , Gelli e gli ufficiali del SisMi Musmeci e Belmonte sono stati condannati in via definitiva per depistaggio nell’inchiesta sulla bomba della stazione).</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note3"></a> M. Kundera, <em>Il libro del riso e dell’oblio</em>, 1998.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note4"></a> Roberto Scarpinato con Saverio Lodato, <em>Il ritorno del principe. La criminalità del potenti in Italia</em>, ed. Chiarelettere, Milano, 2008, soprattutto pag 52 e sgg. e pag. 211 e sgg.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note5"></a> M. Veneziani, <em>Controinformazione</em>, Castelvecchi, Roma 2006, p. 12.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note6"></a> Paul Ricoeur, <em>Ricordare, perdonare, dimenticare. L’enigma del passato</em>, il Mulino, Bologna, 2004.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note7"></a> Susanna Vezzadini, <em>La vittima di reato tra negazione e riconoscimento</em>, Clueb, Bologna, 2006, pagg. 117 e sgg. e pag. 145.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note8"></a> <em>Ibidem</em>, pag. 120.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note9"></a> Paul Ricoeur, <em>Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, </em>Morcelliana, Brescia, 1993.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note10"></a> Cfr. Stefano Pivato, <em>Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana</em>, Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 63.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note11"></a> Giovanni Moro, <em>Anni Settanta</em>, Einaudi, Torino, 2008, pag. 21.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note12"></a> S. Vezzadini, <em>La vittima, cit.</em>, pag. 120.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note13"></a> David Bidussa, <em>Dopo l’ultimo testimone</em>, Einaudi, Torino, 2009, pag. 11.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note14"></a> Stefano Pivato, <em>Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana</em>, Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 63.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note15"></a> Paul Ricoeur, <em>Ricordare</em>, <em>cit.</em>, pag. 59.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note16"></a> I. Moroni, C. Venturoli, “Archivi in rete per non dimenticare”, in “Storia e Futuro”, n. 13, febbraio 2007.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note17"></a> Si vedano articoli di P. Craveri e B. Tobagi su “Il Sole 24 Ore”, 27 aprile 2008.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note18"></a> Si veda ad esempio M. Guercio, membro dimissionario del Consiglio superiore dei beni culturali, su “L’Unità”, 26 febbraio 2009.</div>
</div>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Claudio Giunta, &#8220;Guadalajara!&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 21:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Solange Chavel</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Text]]></category>

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		<description><![CDATA[Versione PDF
Arriva un’età in cui anche gli spiriti più disinteressati, quando prendono l’aereo, cominciano a fare attenzione alla classe in cui viaggiano, e se non viaggiano in prima classe o in business fanno attenzione, una rancorosa attenzione, a quelli che viaggiano in prima classe o in business. Perché l’età cambia tutte le cose, e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="wp-content/uploads/2009/05/claudio2.pdf">Versione PDF</a></p>
<p>Arriva un’età in cui anche gli spiriti più disinteressati, quando prendono l’aereo, cominciano a fare attenzione alla classe in cui viaggiano, e se non viaggiano in prima classe o in <em>business</em> fanno attenzione, una rancorosa attenzione, a quelli che viaggiano in prima classe o in <em>business</em>. Perché l’età cambia tutte le cose, e le comodità e i simboli di cui ridevamo a vent’anni diventano delle necessità a trenta – a trenta non servono sforzi per capire i <em>Temptations</em>: «Time passes… / And your values change. / Life becomes a strange, confusing game. / Suddenly you want the finest things in life…». E perché in treno la differenza non è grande, in aereo sì. E se si attraversa l’oceano la differenza è molto grande. Dormire in classe economica è quasi impossibile. Ci si appisola in un cubicolo, con le gambe incastrate nel sedile anteriore, ci si risveglia a pezzi o perché il sangue ha smesso di circolare e il nostro corpo miracolosamente ci avverte a pochi secondi dalla trombosi o perché il vicino di sedile si alza, si siede, si divincola nel sonno. In <em>business</em> si dorme. In prima classe – credo – l’espressione <em>godersi il viaggio</em> diventa vera alla lettera.<span id="more-135"></span></p>
<p>Ma poi quella che conta è soprattutto la mistica, e le compagnie aeree lo sanno. Nel prezzo del biglietto di prima classe o di <em>business</em> non sono compresi soltanto il cibo, i giornali, il sonno, il rabbocco di vino a un cenno della mano. È compreso anche il diritto di essere imbarcati per primi, di non aspettare, di fare una coda ordinata e veloce e poi, una volta <em>sdraiati</em> in poltrona, di veder scorrere, alzando lo sguardo dal giornale già aperto, i plotoni della classe economica diretti molto più a sud, verso i loculi della coda. E simmetricamente, nel biglietto economico della classe economica è compreso il senso di inferiorità che si prova (1) passando a fianco delle poltrone di <em>business</em> alla partenza e (2) passando a fianco delle poltrone di <em>business</em> all’arrivo, quando i semidei sono già scesi e restano solo gli avanzi dell’orgia: le coperte felpate, i bicchieri di vetro mezzi vuoti, le riviste internazionali…</p>
<p>Le compagnie aeree lo sanno. Sanno che a un certa età questo spettacolo diventa un trauma. Una delle scene che ricordo meglio di<em> L’informazione</em> di Amis parla di questo. Il protagonista è uno scrittore fallito che da Londra sta accompagnando negli Stati Uniti, come segretario portaborse, un suo pseudo-amico anche lui scrittore che invece è diventato famoso grazie a un romanzo orribile. Il protagonista viaggia in economica, l’amico in prima classe. Il protagonista risale l’aereo dalla coda alla testa, e mentre lo risale l’occhio gli cade sulle letture dei passeggeri, letture il cui livello crolla a mano a mano che aumentano le comodità: salendo dalla Coca-cola al vino bianco al Crystal; e scendendo da Updike a Stephen King alle riviste da parrucchiere. E di un saggio di Rorty sullo stato della cultura accademica ricordo praticamente solo la frase «I <em>managers</em> in prima classe e noi professori in <em>business</em>…». Sulla classe turistica neanche una parola. Un trauma. Perché uno può decidere di guidare un’utilitaria; può decidere di vestirsi con quello che trova nel cassetto; può decidere di mangiare a caso; ma chi, potendo, non vorrebbe guardare <em>gli altri</em> passargli accanto mentre la hostess rabbocca di vino il <em>suo</em> bicchiere? E poi, invece di incartarsi nel cubicolo, <em>dormire</em>?</p>
<p>Così è comprensibile che, invitato alla Fiera del Libro (FIL) di Guadalajara, Messico, il filosofo Gianni Vattimo abbia chiesto e ottenuto non la <em>business</em> ma addirittura la prima classe – una classe che all’imbarco gli altri viaggiatori <em>neppure vedono</em>. Salvo che poi si è ammalato, e il suo biglietto è andato a un sostituto dell’ultima ora. «E adesso mi serve un ermeneuta!», dice l’organizzatore con la stessa aria incredula di un impresario del circo che si trovi a dover sostituire all’ultimo momento il fachiro o la donna barbuta. Dove trovarlo? Ma l’ermeneuta di riserva si trova, e certo fare la riserva non è una bella cosa, ma il biglietto di prima classe convince il rimpiazzo che beh, dopotutto… Ed è umanamente comprensibile che al ritorno in Italia il poeta M., invitato anche lui a Guadalajara, confidi a un amico col tono di chi l’ha fatta franca «mi hanno pagato la <em>business</em>!». È umano, perché di solito «il successo per un poeta significa un nuovo maglione» (Mark Strand). Ed è normale che circolino voci incontrollate sui privilegi da sceicco che alcuni degli invitati sono riusciti a spuntare. «Lo scrittore V. ha chiesto la <em>business</em> per sé e per i tre figli». «Il cantante S. [perché ci sono anche i cantanti] ha preteso la prima classe per tutto il suo gruppo di tossici». E infine è ovvio che qualcuno dei professori invitati si lamenti, perché non tutti hanno viaggiato in <em>business</em>, e che il lamento diventi una specie di basso continuo, un jolly da giocare ogni volta che la conversazione langue, durante l’intera settimana della FIL: «perché in fondo sono anch’io ordinario come lui…», scuote la testa scherzando ma non scherzando per niente il professore ordinario che ha viaggiato in turistica e non solo, è alloggiato in un hotel a quattro <em>e non</em> a cinque stelle come i suoi colleghi della <em>business</em>, e <em>non</em> è stato invitato alla cena coll’ambasciatore italiano in Messico, mentre i suoi colleghi della <em>business</em> e delle cinque stelle sì, e viene portato in giro per la città su un pulmino scassato dell’Università di Guadalajara <em>e non</em> a bordo di un SUV coi vetri scuri e l’aria condizionata, mentre invece… Eccetera. (Ma la differenza naturalmente non la fa l’anzianità: la fanno i libri venduti e tradotti, se chi paga le spese del viaggio è un editore; e se a pagare è il ministero la differenza la fa quella cosa inappellabile che è la Fama, misurata soprattutto in passaggi televisivi e – certo, certo, certo – quasi sempre inversamente proporzionale a cose impalpabili come la bravura o la serietà o l’Oggettiva Importanza nel proprio campo di studio o lavoro).</p>
<p>È tutto giusto, tutto comprensibile, anche perché tra le caratteristiche di Guadalajara ce n’è una che si scopre soltanto qualche ora prima dell’arrivo, quando è troppo tardi: Guadalajara è irraggiungibile. Non c’è solo da attraversare l’Atlantico. Non è come andare a New York o a Chicago: il Messico <em>è molto più in dentro</em>. E per Guadalajara bisogna cambiare a Parigi, o a Madrid. E poi a Città del Messico. Il che significa code, controlli, freddo a Parigi, caldo a Città del Messico, valigie rimaste a Parigi, Madrid, Città del Messico. Il segreto è cambiare a Atlanta, dice una nota editor spagnola <em>habituée</em> della FIL: ma chi ha fatto scalo negli Stati Uniti assicura che no, che forse era così prima dell’11 settembre, che adesso semmai il segreto è evitare gli Stati Uniti se si arriva dall’Europa. Un altro, che viene da La Paz, Bolivia, «la città più sfigata dell’America Latina», ma comunque a dieci centimetri sulla cartina, ci ha messo ventiquattr’ore e ha cambiato quattro volte aereo. Non ci sono segreti, non c’è niente da fare, a parte tenersi lontani dalla classe economica.</p>
<p>La Fiera Internazionale del Libro che si tiene ogni anno a Guadalajara è il Grande Evento per l’editoria in lingua spagnola<a href="#note1">[1]</a>. Per dimensioni e per importanza è qualcosa di più simile alla Buchmesse di Francoforte che al Salone del libro di Torino. Ogni anno un paese straniero è invitato come ospite d’onore: quest’anno, l’Italia. E l’onore comporta vari oneri, tra cui l’organizzazione dello stand e di vari incontri-conferenze-spettacoli che – nella prosa da imbonitori del sito del ministero – «fungeranno da vetrina delle eccellenze culturali nazionali». L’iniziativa, dice sempre il sito del MAE, «è promossa dal Ministero degli Affari Esteri, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dall’Istituto nazionale per il Commercio Estero, d’intesa con l’AIE (Associazione Italiana Editori)», il che vuol dire che i soldi li mettono un po’ i contribuenti italiani (il più, credo) e un po’ gli editori (il meno, credo).</p>
<p>Naturalmente non c’è nulla che possa essere detto al contribuente italiano per convincerlo del fatto che sono soldi ben spesi: chiunque può trovare senza sforzo dieci modi migliori, da ‘darli ai poveri’ a ‘tenerceli’. Ma da testimone oculare posso dire in tutta coscienza che il risultato è buono. La zona italiana è subito all’ingresso della Fiera, il che vuol dire che tutti ci passano davanti, tutti sanno che siamo lì. C’è una libreria piena di libri italiani tradotti e no (non i «3000 titoli» di cui vaneggia il sito del ministero ma qualche centinaio sì: mancano, tra gli altri, i miei); c’è una bella sala rossa e grigia per le conferenze e i dibattiti e, accanto, c’è soprattutto un «Caffè Italiano» che distribuisce caffè Illy e Ferrero Rochers gratis al pubblico poco prima delle conferenze e dei dibattiti: che è una mossa molto saggia.</p>
<p>In questo elegante <em>open space</em> i Ministeri hanno convogliato «più di cento autorevoli esponenti delle nostre arti: autori, intellettuali e artisti italiani tra i più rappresentativi per ambiti, generi e generazioni» (sempre il sito del MAE, sempre la coazione al tricolon), e cioè alcune decine di scrittori, giornalisti e professori universitari che hanno parlato dei loro romanzi e saggi o hanno discusso tra loro di temi di pubblico interesse come «Cesare Pavese oggi» o «Radici classiche della cultura moderna». E la seconda notizia che, sempre da testimone oculare, posso dare al contribuente incredulo è che praticamente tutti questi Eventi sono stati seguiti da un pubblico eccezionalmente attento e numeroso. C’è, quanto a questo, un piccolo trucco che svelerò più avanti, e che però non cancella la sostanza: la missione culturale italiana a Guadalajara è stata un successo.</p>
<p>Un successo, nonostante la figura di merda iniziale.</p>
<p>La FIL è una cosa importante in generale, per la cultura spagnola e ispano-americana; ed è importantissima per il Messico e per la città di Guadalajara, che per una settimana diventa <em>la</em> città dell’America centro-meridionale, il luogo da cui passano tutti quelli anche remotamente collegati al mondo dei libri. Quest’anno vengono e parlano alla fiera, per dire, Carlos Fuentes, Gabriel Garcìa Marquez, Robert Ludlum, Arturo Perez-Reverte, e un’infinità di altri scrittori che non conosco ma che vedo chiacchierare in mezzo a folle di lettori negli stand di Alfaguara, Gredos, Mondadori, Planeta, con sullo sfondo i poster con le loro facce e la muraglia dei loro libri. Vorrei evitare il <em>cliché</em> dello scrittore ‘acclamato come una rock-star’, ma le cose stanno effettivamente così: durante le conferenze di Fuentes o di Lobo Antunes l’intera fiera si ferma in contemplazione, riempie la sala, costringe gli organizzatori a seminare di schermi a circuito chiuso le altre sale e i corridoi della Expo<a href="#note2">[2]</a>. Insomma la FIL è, come prima cosa, libri, fama, denaro, e su scala molto più grande di quella italiana. E per questo la città è tappezzata di manifesti e striscioni con su scritto «Todos crecemos con la FIL», e per questo l’impressione è quella, piuttosto piacevole, di essere finiti in mezzo a una festa popolare più simile al festival di Sanremo che a un congresso di letterati. La gente partecipa: ci tiene.</p>
<p>Perciò può non essere una buona strategia, per il paese ospite (l’Italia), prendere a pesci in faccia il paese che ospita (il Messico), specie se questo accade durante la cerimonia d’apertura, quando la Retorica reclama i suoi diritti (e d’altra parte, qual è il confine tra Retorica e Buone Maniere? Le due cose non tendono a coincidere, quando si tratta di rapporti fra comunità o fra stati?). <em>Ma</em> <em>questo accade</em>. Così il <em>País</em> (di Madrid, non di Città del Messico: a un oceano di distanza) riferisce come sono andate le cose all’inaugurazione:</p>
<p><strong><em>El vuelo del italiano</em></strong></p>
<p>L’Italia che ha portato qui a Guadalajara, dov’è ospite d’onore, poesia, cinema, romanzi, saggi, caffè e spaghetti, ieri è stata messa in ridicolo da quello che ha fatto il ministro trasvolatore (<em>el ministro volador</em>), Franco Frattini, che è arrivato, ha pronunciato un discorso pieno di luoghi comuni e se n’è andato com’era venuto. Gli editori italiani, che hanno preso tanto sul serio questa fiera, alla quale tra i paesi europei solo la Spagna era stata invitata in passato, si sono affrettati a scusarsi. Che cosa è successo? Niente, il ministro aveva fretta. È arrivato tardi, con un seguito immenso, compresa una decina di giornalisti, ha fatto irruzione, sconsideratamente, nel Presidium (qui lo chiamano così, come in Unione Sovietica), ha risistemato le sedie per sedersi al posto del presidente, e dopo aver detto quello che doveva dire ha chiamato uno dei suoi portaborse, gli ha dato un foglietto, lo ha chiamato di nuovo, gli ha fatto fare una telefonata e prima che Lobo Antunes dicesse perché scrive gli altoparlanti hanno congedato Frattini (<em>El País</em>, 1 dicembre 2008, p. 38).</p>
<p>Tutto vero: ero lì. Ed ero lì anche a vedere e ad ascoltare le reazioni dei messicani allibiti, e le voci che dicevano che Fuentes e Garcìa Màrquez non avevano voluto trovarsi in una sala in cui c’era anche un ministro italiano. C’era anche «una decina di giornalisti» italiani, che non credo però abbiano poi riferito ai loro lettori quello che era successo. Immagino che quelli pro-ministro non abbiano visto, o abbiano disimparato a vedere, e che quelli anti-ministro considerino ormai fatica sprecata raccontare le gesta dei nostri rappresentanti. A chi interessano, ormai, queste ovvietà? Del resto l’uomo, con quella imperturbabilità alla Buster Keaton, è un <em>gaffeur</em> rinomato: il ministro degli Esteri che se ne stava placido alle Maldive per le vacanze estive quando c’era la guerra in Ossezia, che era a sciare per le vacanze invernali, bronzeo di raggi ultravioletti, mentre gli israeliani entravano a Gaza. Uno così.</p>
<p>Lo spazio della Expo è diviso in due parti: parte o padiglione A e parte o padiglione B, o parte principale e <em>dépendance</em>, o ‘zona con gli editori che contano’ e ‘zona con gli editori che non contano niente e nessuno guarda’. Succede ovunque, in tutte le fiere, qualsiasi cosa si venda, e succede anche qui. La differenza tra la parte A e la parte B si può sintetizzare in una serie di opposizioni elementari: affollamento in A, semi-deserto in B, suoni e luci in A, silenzio e grigio diffuso in B. Ma ci sono ovviamente differenze sostanziali anche all’interno di A e all’interno di B, e queste si colgono senza difficoltà se si segue, a partire dall’ingresso, la lenta transizione che porta dall’Artificio alla Natura, cioè dagli stand sontuosi, tra maxi-schermi e piramidi di libri erette su piattaforme semoventi, e hostess scosciate come <em>entra</em><em>ȋneuses</em> (Santillana, Planeta), agli stand normali con hostess normali, ai loculi dei piccoli editori sudamericani, con le hostess che fanno l’uncinetto oppure – come quasi tutti qui – s’ingozzano di <em>papas con chili</em><a href="#note3">[3]</a>negli stand della Editorial Terracota (romanzi, matematica, politica), della Editorial Salmotruti (calendari con cani e gatti), di Nirvana Libros (sì, «alquimia, cábala y tradición»), delle Ediciones Margo, specialiste in libri su Tutankamon, e di tutte le infinite – infinite – case editrici che pubblicano manuali di <em>self-help</em> (<em>El poder de sentirse bien</em>), che arrivano qui un ventennio dopo il boom nordamericano, al traino delle nevrosi nordamericane. E in fondo al padiglione – imperturbabili, felici, compatti – i Dianetici, sotto un gigantesco ritratto di Ron Hubbard.</p>
<p>Le hostess. Mentre alla Fiera della Brugola o al Congresso di Patologia Forense nessuno si aspetta che le hostess (qui niente <em>stewards</em>) siano esperte di ferramenta o di cadaveri, alla Fiera del Libro c’è una generica irrazionale aspettativa che le hostess siano del ramo, o che almeno abbiano per i libri il nostro stesso amore, e che sia soprattutto questo amore a farle venire alla FIL. Invece vengono qui perché le pagano, e per la stessa ragione, appena finito il turno qui, e vestite in tutt’altro modo, andranno a lavorare a «otro Evento» nella campagna di Guadalajara o in un albergo del centro o chissadove. Ma coi libri tutt’intorno e col <em>tailleur</em>, la gran parte del pubblico tende a sopravvalutarle, cioè a prenderle per altro da quello che sono – delle esperte di letteratura così come più tardi, da un’altra parte, passeranno per esperte di tequila Herradura o di automobili Chrysler – e a far loro domande non sulla FIL in quanto contenitore ma sul contenuto della FIL, su qualità e interesse delle varie conferenze, che spesso si sovrappongono, così che le hostess finiscono per essere loro gli arbitri del gusto, quelle che smistano gli indecisi nell’una o nell’altra sala decretando trionfi, ansie, delusioni, coliti…</p>
<p>Il successo della missione italiana è, di fatto, un pezzetto del successo della FIL, che è impressionante. Dalle dieci del mattino alle nove di sera ci sono ovunque, in tutti gli stand, persino dai Dianetici, visitatori a valanghe, a battaglioni, per lo più ragazzini e ragazzine che non hanno l’aria, veramente, dei lettori, e ragazzi un po’ più grandi che non sembrano però, veramente interessati ai libri, e si spintonano e ascoltano l’ipod e soprattutto mangiano, mangiano in continuazione <em>papas con chili</em>. Questo succede in tutte le fiere: c’è sempre un mucchio di gente che ci va per il gusto di uscire di casa e fare quattro passi, ma qui quelli che non c’entrano, e si vede, sono proprio tanti.</p>
<p>Il mistero me lo spiega una collega di qui: gli studenti universitari vanno alle sedute del ‘programma accademico’ (filologia, storia, scienze politiche, giornalismo) perché in cambio l’università gli riconosce dei crediti. Anche per questo, e non solo perché ho corrotto le hostess, alla mia lezione su <em>Periodismo en internet</em> (un argomento che per altro ignoro, come tutti) la sala è gremita: i miei trenta minuti corrispondono a mezzo credito, cioè a due ore di lezioni universitarie frontali o a «quattro ore di studio individuale a casa». Per questo sono tutti lì immobili e attenti. Per questo, e perché non ascoltano me in cuffia: ascoltano l’ipod. Quanto ai bambini, non servono premi: se dio vuole fanno quello che gli si dice, e zitti. Così basta caricarli sui torpedoni e portarli dalla provincia – «da tutto lo stato di Jalisco!» – alla città, e poi mandarli a intervistare tutti quelli che hanno una giacca o un <em>badge</em> appeso al collo, e a prendere nota delle loro risposte su un taccuino. A me capita la domanda «Come si fa a far leggere di più i giovani?». Che, pronunciata da un ragazzino di dieci anni, mi fa venire in mente la risposta di Nabokov a un elogio del sistema dell’istruzione in Unione Sovietica, «dove in tutte le fasce d’età si tende ad assegnare alla letteratura una funzione didattica». Commento di Nabokov: «È, si può dire, il segnale di un vicolo cieco»<a href="#note4">[4]</a>. Che però è una falsità, anche se l’ha detta Nabokov. Fossi un insegnante, lascerei a casa i cacciatori di crediti ma deporterei alla FIL tutti i miei allievi-bambini, perché a quell’età è importante anche solo il contatto con persone serie come me. E insomma guardate gli occhi di questo bambino!</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-144" title="claudiobimbo" src="http://www.seeingthings.eu/wp-content/uploads/2009/05/claudiobimbo-300x225.jpg" alt="claudiobimbo" width="300" height="225" /></p>
<p>Sono state dette, in questa settimana, delle cose interessanti? Cioè: il successo è un successo meritato? La verità è che dire delle cose interessanti quando si parla davanti a un pubblico come quello della FIL non è facile, perché ci sono gli studenti deportati dalla provincia che non sanno niente e ci sono i colleghi scrittori o professori che sanno tutto. Ed è ancora meno facile quando si viene intervistati e i tempi sono stretti, e meno ancora quando si viene intervistati da un tale della TV di Guadalajara che segue inesorabilmente questo schema: legge un verso di una poesia qualsiasi – di solito versi tremendi di Ungaretti sulla guerra o sulla mamma – e poi sta zitto in attesa del commento dell’intervistato, che si arrangia come può, si difende come può dalla camera che lo riprende mentre annaspa. Così, alla fine la figura migliore la fanno certi cazzari con esperienza televisiva come il giornalista S., perché conosce il segreto, e il segreto è: <em>falli ridere</em>, e il resto non ha veramente importanza.</p>
<p>Risate a parte, è abbastanza normale che a rimanere impresse siano soprattutto le sciocchezze. Il poeta M. riesce a parlare ancora, ancora, ancora della <em>Superiorità della poesia sulla canzone</em>, e dice cose come «… le poesie di Bob Dylan non sono né belle né brutte. Non sono poesie…». Oppure come «… a me sembra che non siano i poeti a invidiare i cantanti: sono i cantanti a invidiare i poeti…». Le dice ed è solo davanti al microfono, così nessuno gli spiega, in breve, che cosa è successo negli ultimi quarant’anni in Occidente, e chi è lui e chi è Bob Dylan, o quanto è patetico quello che sta dicendo, e nessuno gli chiede che bisogno c’è di fare un&#8217;altra volta un confronto del genere usando sempre gli stessi concetti stantii – e comunque, ha mai ascoltato <em>Hurricane</em> o <em>Most of the Time</em>? Lo scrittore C. se la prende coi romanzi italiani che ambientano l’azione in paesi stranieri, e nonostante questo, per forza di cose, devono far parlare i loro personaggi in italiano (credo che ce l’abbia coi romanzi ‘americani’ di Faletti). «Che senso ha? Non so, dovrei pensarci, ma mi chiedo se in passato qualcuno ha fatto qualcosa del genere, o se è una cosa nuova: far parlare la propria lingua a personaggi che dovrebbero parlarne un’altra…». Lui non è solo ma è come se lo fosse, perché l’intervista non è un’intervista, è una lunga, estenuante leccata di culo, e all’intervistatore non viene naturalmente in mente di dire, mettiamo, «ha mai letto <em>Romeo e Giulietta</em>?»<a href="#note5">[5]</a></p>
<p>Poi ci sono i troppo sicuri di sé (in genere <em>business</em> o prima classe) e i troppo insicuri. I troppo sicuri di sé sono quelli che sono venuti qui per una comparsata come quelle che si fanno in televisione, solo a quindici ore di aereo da casa. Non si sono preparati una riga, perché la televisione ormai li ha convinti che quello che conta è l’effetto-presenza. Gli insicuri sono i professori della classe turistica che all’opposto, <em>leggono</em>: leggono in italiano saggi pieni di parentesi e di note che sarebbero incomprensibili anche a leggerli cogli occhi, e che ascoltati nella traduzione simultanea diventano subito soporiferi: mezz’ora di strazio con la gente che si agita sulla sedia, parla, legge il giornale, telefona, abbandona la sala. Tutto questo potrebbe sembrare secondario, ma non è, e mi fa piacere che ci sia una perfetta corrispondenza tra Reputazione e Preparazione, nel senso che gli scrittori e gli studiosi che stimo si sono preparati e sono interessanti da sentire. Per esempio: Bodei, Bonatti, Bovero, Veronesi. Mentre gli scrittori e gli studiosi che non stimo per niente non si sono preparati e dicono delle cose insulse. Per esempio: il sopravvalutato romanziere C., l’immotivatamente tronfio filosofo G., quell’asino senza vergogna del professor O. (questo ha persino la faccia di dirlo mentre balbetta il suo intervento: «forse avrei dovuto prepararmi…»).</p>
<p>A parte – né più in basso né più in alto, a parte – stanno i <em>casi letterari</em>. Come Paolo Giordano (<em>La solitudine dei numeri primi</em>), che è così giovane e ha avuto così tanto successo che tutti sarebbero molto sollevati se fosse uno stronzo, e invece sembra molto simpatico e dice con la giusta timidezza poche cose molto sensate. O come – c’è anche lui – Federico Moccia, che non avevo mai visto e mi aspettavo giovane come i protagonisti e i lettori dei suoi libri, quattordici-sedici anni, e invece è un uomo di una certa età però infantilizzato nei vestiti (jeans che strizzano il culone, cappellino con visiera che non si toglie per tutta la durata della conferenza), nella voce e nell’italiano sconnesso. Lo scrittore C. lo presenta un po’ imbarazzato dicendo che Moccia è un caso letterario, e poi gli cede la parola, e c’è un momento di quella che qui si chiama <em>vergüenza ajena</em>, vergognarsi per un altro, perché Moccia si aspetta delle domande, e invece lo scrittore C. se n’è andato, e Moccia ha monologato per quarantacinque minuti, cavandosela tutto sommato bene, il che va a suo onore, e a disonore del vile scrittore C.</p>
<p>(Di passaggio, Moccia spiega anche uno dei segreti della cultura <em>pop</em> che ho sempre confusamente conosciuto ma mai veramente messo a fuoco. Nei libri di Moccia, spiega Moccia, contano soprattutto i luoghi, che sono i luoghi veri di Roma, per esempio i bar del Testaccio, gli stessi bar frequentati dai lettori di Moccia. E anche le strade. Nel libro, lo scooter percorre le strade di Roma e queste strade hanno nomi che i lettori dei libri di Moccia riconoscono perché anche loro percorrono quelle strade con lo scooter: da, mettiamo, Piazza Ponte Testaccio a Lungotevere Testaccio, o da Via di Monte Testaccio a Piazza Testaccio. Segue rispecchiamento. L’idea è insomma che la realtà più interessante, e che vale la pena di conoscere, è quella che ognuno vede quotidianamente intorno a sé sullo scooter mentre va a scuola o nei bar del Testaccio. Il che ha l’effetto di proiettare istantaneamente nella mia testa due visioni del tutto scollegate. La prima è il capitolo finale di <em>Mimesis</em>, quello in cui Auerbach parla del destino del realismo nella letteratura del XX secolo, e in particolare il pezzo in cui parla dell’<em>Ulisse</em> e del suo tentativo di «sintesi simbolica dell’oggetto <em>ognuno</em>», sintesi che prende le mosse «da individui molto singolari […], da un presente rigorosamente fissato (Dublino, 16 giugno 1904)» e «da fatti piccoli, insignificanti, casuali» che illuminano, al di sotto degli «ordinamenti discussi e precari, per i quali gli uomini combattono e dei quali disperano […], la vita quotidiana»<a href="#note6">[6]</a>. La seconda è l’immagine dei tifosi del Napoli che a <em>Novantesimo minuto</em> entravano schiamazzando nell’inquadratura dietro Luigi Necco, e salutavano con la mano).</p>
<p>Alla fine, l’intervento più interessante, l’unico da cui ho imparato veramente qualcosa, è stato quello di un giovane dirigente di Mondadori Messico, che ci ha spiegato quello che probabilmente accadrà nell’editoria nel prossimo futuro, e cioè che i libri di carta cederanno una sostanziosa quota di mercato ai libri in formato elettronico, e che la cosa riguarderà soprattutto i libri scolastici e universitari: 80 percento in formato elettronico, 20 percento in formato cartaceo nel giro di una decina d’anni. Il che – si pensa – potrebbe ridurre gli introiti già piuttosto bassi dei professori della classe turistica, mentre potrebbe far aumentare ancora gli introiti di autori già ultra-popolari come Paulo Coelho, che ormai vendono direttamente dal sito tagliando fuori editori, distributori, librai. Il dirigente Mondadori sta parlando di «nuova calibratura del prodotto», ma il senso sembra questo, e la prospettiva vertiginosa di <em>più Coelho</em>, ancora di più, mi costringe a lasciare la sala e a trascinarmi fuori, nel sole, come Al Bano<a href="#note7">[7]</a>.</p>
<p>Una volta fuori si possono fare due cose. La prima è continuare con la Cultura, che non sono soltanto i libri. In un bel palazzo del centro ogni sera si proiettano film tratti da libri italiani come <em>Gomorra</em>, <em>Io non ho paura</em>, <em>Caos calmo</em>. Alla Casa Clavijero vediamo una bella mostra dedicata agli Antonelli di Gatteo, una famiglia di architetti e ingegneri che tra Cinquecento e Seicento ha costruito fortezze un po’ in tutta l’America Latina; poi, in una stanzetta, la <em>Madonna della Pera</em> di Antonio Veneziano, che potremmo tranquillamente staccare dalla parete e portar via mettendocela sotto il braccio. E quando l’Expo chiude, alle nove di sera, ci sono i concerti, e il programma dei concerti è sapientemente eclettico, con l’inevitabile orchestra di Renzo Arbore e altri simboli sparsi (del jazz: Fresu; della nuova musica classica: Einaudi), ma anche con gente molto brava e inattesa come la PFM o Daniele Silvestri, e anche qualche assoluta scoperta almeno per me: che dichiaro qui di essermi divertito come non mi capitava da tempo al concerto del chitarrista acustico-mediterraneo Stefano Scarfone, e di aver quasi pianto quando, finito il suo repertorio, ha attaccato <em>While My Guitar Gently Weeps</em>.</p>
<p>La seconda cosa che si può fare usciti dalla Expo è vedere Guadalajara, ma questa non sembra una scelta molto popolare. Gli alberghi a cinque stelle tipo Hilton o Plaza sono tutti nella terra di nessuno della Expo su una specie di superstrada che fa diventare subito comica l’idea, che qualcuno azzarda ogni tanto, di «fare una passeggiata». Sono tutti nuovi e orribili (proprio di fronte alla fiera – l’indicazione <em>central</em> che trovate nel sito è una balla – un raccapricciante Camino Real Guadalajara Expo Hotel arancione e fuxia). Chi è venuto qui solo per tre giorni e solo per lavoro può anche non vedere il resto della città, che è una delle tante città del terzo mondo avanzato, con i bambini mendicanti fuori dalle chiese, i marciapiedi sconnessi, i negozi pieni di robaccia tutta uguale, i mercati puzzolenti e in più, rispetto al terzo mondo non-avanzato, legioni di macchine che a qualsiasi ora del giorno rendono la circolazione e la respirazione un supplizio. Di diverso, Guadalajara ha un passato coloniale ancora in buona parte intatto, ed è un piacere al mattino, per i fortunati che stanno all’Hotel Morales (quattro, non cinque stelle come quelli dell’atroce zona Expo), camminare tra le chiese e i palazzi del centro prima dell’apertura dei negozi, quando le macchine non hanno ancora invaso le strade e in giro ci sono solo gli spazzini – in una città che sembra non essere stata spazzata mai, e ormai troppo sudicia per essere ancora spazzabile – e gli operai che prendono l’autobus per andare al lavoro, e si vedono cose commoventi e datate, da fotografia anni Trenta, come i camion che scaricano blocchi di ghiaccio davanti alle case, e dei barboni molto distinti che dormono pacifici sulle panchine nella luce bassa dell’alba, senza coperte naturalmente perché qui non fa mai freddo. Ma naturalmente no, in sé la città non vale il viaggio. Non <em>in sé</em>. Però ci sono tutti i <em>fringe benefits</em> che si trovano nei paesi del sud del mondo. I venti-venticinque gradi costanti, il sole tutti i giorni sulla terrazza dell’albergo (euro 48 a notte), la gentilezza innaturale delle persone, la gentilezza che è poi il riflesso del senso di inferiorità nei confronti dei più ricchi (ah, quei meravigliosi italiani del sud descritti nei romanzi inglesi e americani di un secolo fa!), il cibo squisito ed economico, la generale impressione di vacanza che si ha contemplando dal taxi tutta quella gente nelle strade, che visibilmente <em>non</em> lavora in orario lavorativo.</p>
<p>A parte i SUV e il traffico, è come l’Italia prima del boom economico – questa è un po’ l’impressione di tutti, specie di chi in quegli anni già c’era. Ma con un supplemento di violenza sudamericana. Le corride sono legali, e sono legali anche le battaglie dei galli, e chissà che altro è tollerato, se non legale. Ed è anche tipicamente latino, ma non è legale, picchiare le mogli: che sembra un’usanza diffusa, a giudicare da tutti i cartelli in cui i divi del wrestling (qui diffuso almeno quanto negli Stati Uniti) dichiarano mentre spiaccicano a terra un avversario: «Pero nunca pegaria a una mujer!». Ma questi sono dettagli. Il fatto è che la FIL è soltanto uno dei due Eventi che si stanno svolgendo in questi giorni in Messico. L’altro è la mattanza di spacciatori, fiancheggiatori, poliziotti, comuni cittadini tra il nord del paese e il confine con gli Stati Uniti, cioè l’infinita guerra della droga. Per mattanza intendo <em>mattanza</em>: gli eserciti personali, gli agguati colle mitragliatrici, le <em>haciendas</em> dei trafficanti prese d’assedio non dalla polizia ma da altri trafficanti, i mucchi di cadaveri nascosti nelle cantine, nei fossi, o lasciati a marcire in bella vista nella piazza del paese, o appesi ai cavalcavia, corpi torturati, mutilati, garrotati, decapitati, segati in due, sciolti nell’acido, a decine, a centinaia. Milleseicento civili morti nel 2008, duecentotrentuno nei primi due mesi del 2009 (<em>Financial Times</em>, 14 marzo 2009).</p>
<p>L’unica eco di questo Secondo Evento l’avverto il giovedì, quando Arturo Perez-Reverte presenta commosso di fronte a una folla commossa quattro signori anziani tutti bassi e neri uguali (tre sono fratelli), i <em>Tigres del Norte</em>, che risultano essere il più famoso gruppo di musica popolare messicana, autori da quarant’anni di canzoni che parlano «della vita, dell’amore e della battaglia per sopravvivere in un mondo imperfetto» (Wikipedia). In questa battaglia c’è anche il traffico della droga. Chi sono e che cosa fanno i narcotrafficanti è chiaro. Invece non è per niente chiaro che cosa significano, almeno per il turista che deve imparare tutto in fretta dai giornali e dalle chiacchiere con la gente del posto. L’impressione è che alcuni li vedano ancora come ribelli che difendono i poveri contro i ricchi e i potenti. Il genere musicale tipico del Messico, il <em>corrido</em> – la ballata tradizionale messicana che consiste (1) in un saluto da parte del cantante, (2) un prologo alla storia, (3) una storia su crimini, amori, vendette, (4) una conclusione morale – ha anche una variante maledetta, il <em>narcocorrido</em>, che parla dei trafficanti di droga, e (sempre Wikipedia) «tends to speak approvingly of the criminal activities». I <em>Tigres del Norte</em> cantano appunto, tra l’altro, <em>corridos</em> e <em>narcocorridos</em>. Non riuscendo a eliminare i trafficanti, qualcuno ha provato a proibire i <em>narcocorridos</em>, ma a giudicare dalla devozione che circonda i <em>Tigres del Norte</em> non sembra che la gente se ne sia accorta<a href="#note8">[8]</a></p>
<p>La cosa buona è che l’ondata di violenza sfiora appena lo stato di Jalisco. Cioè, qui alla violenza ci pensava, in ogni senso, l’ex governatore Ramirez Acuña, che al vertice euro-americano di Guadalajara nel 2004 ha risposto alle manifestazioni no global infiltrando nei cortei agenti dei reparti d’assalto, dopodiché il copione solito: devastazione della città, retate, feriti, botte in carcere, torture. Proprio come al G8 di Genova: ma senza il morto. L’ondata di violenza sfiora appena lo stato di Jalisco, dicevo, soprattutto dopo che Ramirez Acuña se n’è andato a Città del Messico per fare il ministro degli Interni, ma qui hanno pensato comunque di portarsi avanti. Ogni mezzo chilometro, sulla strada per l’aeroporto, dei cartelloni giganteschi invitano la popolazione a firmare, manifestare, sostenere i partiti di destra che vogliono reintrodurre la pena di morte. Li indico al taxista, interrompendo una conversazione su Edwige Fenech («Italiano? Ah, Edwige Fenech…»), e lui ride e dice «Claro, claro!», e torna subito alla Fenech.</p>
<p>Comunque nel complesso è tutto delizioso, anche perché è gratis. Il sole, l’<em>asado</em>, le chiacchiere all’aperitivo, ‘l’hai letto questo?’, i pettegolezzi. Così quando arriva la notizia che sul «Sole 24 ore» Riccardo Chiaberge, «ne ha dette di tutti i colori» sulla partecipazione italiana alla FIL, su quanti soldi sono stati spesi invano, quanti chilometri, quanti inutili alberghi a cinque stelle, lo spettro delle reazioni è praticamente monocromo, andando da «Verde d’invidia!» a «Perché non hanno invitato lui…» a, soprattutto, «Ma che cazzo vuole questo?» che, come dire, tronca la discussione alla radice. Il più stronzo di tutti precisa che lui il Domenicale del «Sole 24 ore» non l’ha mai nemmeno aperto, lo lascia ai professori di liceo in pensione. Insomma, il tono delle reazioni fa proprio pensare che Chiaberge abbia ragione, e in effetti è probabile che pochi dei presenti saprebbero spiegare in due cartelle perché tutto questo è, diciamo, una cosa buona e non una cosa cattiva. Semmai, Chiaberge ha il torto di buttarla anche lui in commedia. «Cosa daremmo, ad esempio, per poter ascoltare l’intervento di Isabella Panfido sull’appassionante tema <em>Venecia es mujer</em>, o Giorgio Antei che presenta il suo libro <em>Caballero Andante</em> sulla figura di Lorenzo Boturini Benaduci (viaggiatore, storiografo e archeologo italiano in Messico nel primo Settecento), oppure Antongionata Ferrari parlare di <em>Cuentos animados</em>. Ed è un vero peccato non poter seguire la Conferenza magistrale del direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Marco Bellingeri, sui percorsi della storiografia nel Messico moderno e contemporaneo».</p>
<p>Ma così è facile, è facile prendere un pezzo qui un pezzo là, metterli insieme e far ridere<a href="#note9">[9]</a>. In più, nel caso specifico, è scorretto. Perché se l’Italia viene invitata alla Fiera del Libro di Guadalajara, Messico, è abbastanza normale che alcuni ignoti studiosi (ignoti a me e a Chiaberge) parlino dei rapporti italo-messicani. Se poi uno fa il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico, beh, è pagato per questo no?</p>
<p>Invece avrei voluto che la domanda venisse fatta, una volta tanto, sul serio. Che quello che si dice nel sito del ministero – «… una straordinaria opportunità per presentare in nove giorni al vasto pubblico di questo appuntamento internazionale il volto più emblematico  del nostro Paese, quello culturale, un’eccellenza da esportare che sottende e consolida costantemente i rapporti internazionali dell’Italia […]. La partecipazione italiana mescolerà linguaggi e contenuti in un abbraccio ampio del <em>made in Italy</em> e della <em>italianidad</em> – di cui l’America Latina è ampiamente intrisa – da rappresentare in maniera qualificata, festosa e aggiornata, a partire dal libro…» – che tutta questa atroce retorica da ufficio-stampa venisse presa, una volta tanto, sul serio. Ha un senso? Non ce l’ha? È «una straordinaria opportunità»: ma per che cosa? Per chi? Perché?</p>
<p>Prima della partenza qualche collega mi ha chiesto con benevola invidia «come cazzo avevo fatto a entrare in questo carrozzone». In questi carrozzoni naturalmente non si finisce per merito: non c’è nessuna lista dei buoni, nessun elenco dei ‘valori indiscussi’, anche perché di valori indiscussi quasi non ce ne sono, e quei pochi sono troppo vecchi per un viaggio di venti ore. In questi carrozzoni ci si finisce perché si è amici o conoscenti di chi organizza la cosa, o amici di amici suoi. Comunque sia, la cosa fa molto ridere. Quando dico che vado su invito del Ministero degli Esteri alla Fiera del libro di Guadalajara perché l’Italia è ospite d’onore, i miei amici ridono. Quelli che non insegnano all’università ridono perché pensano a quanto è leggera la vita di chi insegna all’università: una bella settimana pagata ai venticinque gradi del Messico. E i miei colleghi ridono perché nessuno crede anche solo per un attimo che possa essere una cosa seria: è solo – come descriverla diversamente? – una bella vacanza pagata ai venticinque gradi del Messico.</p>
<p>E io naturalmente la penso allo stesso modo, mentre la mattina presto mi riempio il piatto di pancakes e uova fritte nella sala da pranzo dell’hotel Morales, e penso ai camionisti in coda sotto la neve sull’autostrada del Brennero, e attorno non vedo niente che mi possa aiutare non dico a farmi cambiare idea ma a farmi nascere un sospetto: perché, anche se questa non è l’idea di tutti, è l’idea di tutti quelli che mi sembrano intelligenti. Qualcuno crede <em>davvero</em> che questa sia una cosa seria, ma solo perché c’è lui, perché non può pensare che le cose che lui dice non siano del massimo interesse per il Messico, l’Italia, la Cultura, che l’abbiano invitato qui per fare numero, o per caso, o perché qualcun altro ha detto di no. E qualcuno, all’opposto, crede davvero che questa sia una cosa seria perché non riesce ancora a capacitarsi del fatto che qualcuno l’abbia scelto, e vede intorno a sé tanta gente famosa, che scrive anche sui giornali, e tutti questi non possono essersi sbagliati. E poi ci sono quelli fottuti dalla Retorica, quelli che si commuovono guardando la gente che fa ressa per sentir parlare Dacia Maraini sul tema «Linguaggio del corpo, corpo del linguaggio», o di «Letteratura al femminile: dietro e dentro le pagine», e i battaglioni di studenti, i bambini delle scuole…</p>
<p>Ora, come spiegare che questo punto di vista, questa retorica mielosa da <em>Cuore</em>, diventerà in sostanza, nel giro di una settimana, il <em>mio</em> punto di vista?</p>
<p>La banale verità è che la FIL, se uno la guarda senza farsi troppe domande (chi paga questo? Chi ha dato l’autorità a X di fare la lista degli invitati? Perché c’è Y e non c’è Z? E soprattutto, perché il collega Y viaggia in <em>business</em> e io no?), la FIL è perfetta. La gente che trabocca dagli stand, le sale-conferenza gremite, l’aria da festa paesana moltiplicata per cento, una festa paesana in cui uno può incrociare Fuentes e Garcìa Márquez&#8230; In questa perfezione c’entra anche il fatto che il Messico è un paese ancora povero, e i poveri credono ancora a quello che gli insegnano a scuola, e danno ancora importanza a tutti quei beni simbolici (onore, decoro e, appunto, cultura) che gli europei <em>blasés</em> hanno imparato a riconoscere come retorica o come menzogne. Intendiamoci, non è che rimpiango l’età dell’onore, del decoro e dei mariti che picchiano le mogli: proprio no. Ma se c’è una cosa che stiamo imparando è che il disincantamento del mondo, insieme a tutte le cose buone e giuste che porta con sé, ha anche qualche triste conseguenza: c’erano un mucchio di incanti piacevoli, di illusioni piacevoli, ed è un peccato che, senza remissione, stiano sparendo.</p>
<p>Quindi, l’ICE (Istituto per il Commercio Estero) c’entra, ma non è tutto. Il libro è sì, come confessa in un squarcio di verità aziendalista il sito del ministero, un «veicolo fondamentale di promozione», ma non solo quello. Siamo qui per un Ideale. C’è persino un progetto (<em>Un mare di sogni</em>) patrocinato da vari ministeri e coordinato dall’Arci Solidarietà di Cesena, che prevede la pubblicazione di «opere di letteratura e cultura italiana tradotte in spagnolo per donazioni a scuole, biblioteche e istituzioni culturali ispanoamericane» (programma ufficiale della FIL). Il contribuente italiano si è tassato per questo Ideale. E la cosa sembra funzionare perché qui – solo qui alla Expo, solo per una settimana – c’è ancora, sembra che ci sia ancora una certa dose di ingenuità o di fiducia nelle cose che autorità decrepite ci hanno detto essere buone e importanti, anche se lo sono sempre meno; c’è l’incapacità di capire che è tutto commercio, o è tutta retorica.</p>
<p>Perché poi alla fine <em>non è</em> tutta retorica, ed essere sempre a tutti i costi <em>blasés</em> è, in fondo, un’altra forma d’ingenuità. In una delle sue ultime poesie, Philip Larkin, che era un cinico incline alla lacrima, descrive una fiera paesana di fine estate in un villaggio inglese. Nel finale (scende la sera, venditori e clienti tornano a casa), Larkin dice qualcosa sul significato della fiera e fa un augurio:</p>
<p>Back now, all of them, to their local lives:</p>
<p>To names on vans, and business calendars</p>
<p>Hung up in kitchens; back to loud occasions</p>
<p>In the Corn Exchange, to market days in bars,</p>
<p>To winter coming, as the dismantled Show</p>
<p>Itself dies back into the area of work.</p>
<p>Let it stay hidden there like strength, below</p>
<p>Sale-bills and swindling; something people do,</p>
<p>Not noticing how time’s rolling smithy-smoke</p>
<p>Shadows much greater gestures; something they share</p>
<p>That breaks ancestrally each year into</p>
<p>Regenerate union. Let it always be there<a href="#note10">[10]</a></p>
<p>All’ultimo giorno della FIL anch’io ormai sono diventato un cinico incline alla lacrima, e mentre gli stand sbaraccano e ci si scambiano inutilmente i biglietti da visita rimastico gli ultimi versi della poesia. Rigenerata unione… Come si fa a pensarci seriamente, come si fa a non ridere, mentre la gente fuori muore a dieci per volta di droga e di miseria, e mentre in Italia la neve continua a cadere sui camionisti dell’Autobrennero che hanno pagato la mia vacanza al sole messicano? Eppure uno continua a pensarci, alla rigenerata unione, anche perché tutte le alternative sembrano peggiori, e alla fine sente che potrebbe venire da un posto del genere, da un’illusione del genere – da dove altrimenti?</p>
<div id="ftn">
<p><a name="note1"></a> La parola <em>Evento</em>, che fa ancora storcere la bocca agli intellettuali, esprime lo <em>Zeitgeist</em> corrente con una precisione e una verità tali da rendere superflui scaffali interi di bibliografia sociologica. Ed è onnipresente: sui muri, nei <em>dépliants</em>, negli annunci all’altoparlante, nelle chiacchiere al ristorante. Dopo qualche giorno ci si domanda come sia stato possibile farne a meno per tanto tempo, come si chiamavano gli Eventi prima che venisse scoperta la parola <em>Evento</em>.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note2"></a> Questo è un bene da una parte ma un male dall’altra, perché la cosa umilia – non c’è altra parola – gli altri oratori che sono al lavoro nelle loro nicchie: nessuno va a sentire il noto antropologo X o il rispettato filologo Y, e anzi tutti e due devono fingere di ignorare i boati che sottolineano ogni battuta di Fuentes nel padiglione accanto. La formula è quella pugilistica del <em>clou</em> e del sotto-<em>clou</em> (e del sotto-sotto-<em>clou</em> e via dicendo), solo che qui gli incontri sono in contemporanea, non in successione. È come se su un ring ci fosse la rivincita fra Tyson e Holyfield e su un altro più piccolo, a cinquanta metri, un’eliminatoria del campionato regionale dei pesi gallo: in platea resterebbero solo i parenti. Qui – ed è una cosa straziante – gli allievi.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note3"></a> Patatine fritte – tipo Pai, o San Carlo, ma più oleose – con salsa di pomodo piccante.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note4"></a> V. Nabokov, <em>Intransigenze</em>, Milano, Adelphi 1994, p. 352.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note5"></a> Dopo un po’ di queste sciatterie viene il sospetto che gli scrittori italiani venuti fin qui non siano proprio tutti i nostri «più rappresentativi», come si vanta il sito del ministero, o che siamo messi male. Forse significa qualcosa il fatto che lo scrittore italiano che ammiro di più, Antonio Franchini, sia qui non come scrittore – il suo nome non c’è nella lista scolpita nella plastica all’ingresso dello stand italiano, la lista che il mio amico scrittore M. mi legge a mezza voce commentando alla fine «Ecco, qui non ce n’è uno che vale un cazzo!» – ma come editor di Mondadori.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note6"></a> E. Auerbach, <em>Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale</em>, 2 volumi, Torino, Einaudi 2000, pp. 238-37.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note7"></a> Paulo Coelho è l’equivalente narrativo dei manuali di <em>self-help</em>, e il fatto che così tante persone lo leggano in tutto il mondo è, semplicemente, triste.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note8"></a> Richiesti di spiegare le ragioni del loro successo, i <em>Tigres del Norte</em> dicono che uno dei loro segreti, nei primi tempi, era mettere nei <em>corridos</em> i nomi delle persone che li ascoltavano cantare, non «el hidalgo» ma «el hidalgo Ramòn», e anche i nomi dei luoghi in cui si trovavano, non «un pueblo» ma «el pueblo de Durango», in modo che la gente pensasse che si parlava di loro, dei loro villaggi. Sostituite alla parola «Durango» la parola «Testaccio», e toccherete l’essenza del <em>pop</em>.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note9"></a> Una delle cose che rendono penosa la lettura dei giornali, oggi, è che il genere <em>satira</em> prevale ormai largamente sul genere <em>informazione</em> o sul genere <em>commento serio</em>. Tutti questi trafiletti dai titoli ammiccanti come <em>Contrappunto</em>, <em>Periscopio</em>, <em>Cannocchiale</em>, tutti questi tentativi di essere a ogni costo caustici, taglienti, allusivi, tutte queste schermaglie sul niente non dicono, alla fine, proprio niente. La spiegazione è che gli articoli si moltiplicano, e moltiplicandosi si accorciano, perché bisogna attirare l’attenzione del maggior numero possibile di lettori. E la spiegazione della spiegazione è che per attirare l’attenzione una battuta è meglio di un ragionamento. Sì, ma non va bene.</div>
<div id="ftn">
<p><a name="note10"></a> Philip Larkin, <em>Collected Poems</em> London, Faber &amp; Faber 1989, pp. 199-201 (<em>Show Saturday</em>): «E ora via, tutti quanti, alle loro vite provinciali: / ai nomi sui furgoni, ai calendari cogli appuntamenti / appesi in cucina; di nuovo ai raduni rumorosi / alla borsa del grano, ai giorni di mercato nei bar, / all’inverno che arriva, mentre la fiera smantellata / muore a sua volta nell’area di lavoro. / Possa restare là, nascosta come forza, sotto / fatture e imbrogli; qualcosa che la gente fa, / senza notare come la fucina del tempo / ricopra col suo fumo gesti assai più grandi; qualcosa che essi condividono / che ogni anno ancestralmente prorompe in una / rigenerata unione. Possa restare là per sempre».</div>
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		<title>Scenes from the recession</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 19:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Solange Chavel</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Faces of the crisis. A great series of pictures on the Big Picture shows some scenes from the recession.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Faces of the crisis. A great series of pictures on the Big Picture shows some <a href="http://www.boston.com/bigpicture/2009/03/scenes_from_the_recession.html">scenes from the recession</a>.</p>
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		<title>David Stewart, &#8220;Under the Bridge&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 14:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>David Stewart</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-91" src="http://www.seeingthings.eu/wp-content/uploads/2009/03/pic1-150x150.jpg" alt="pic1" width="150" height="150" />These are a selection of photos from a work in progress I call &#8220;Under the Bridge.&#8221;  I undertook this project to bring into view the &#8220;invisible people&#8221; in Chicago whom we so often pretend not to see as they stand at highway off-ramps, holding a cup and a cardboard sign &#8212; &#8220;Homeless. Need Food. Need Help. God Bless.&#8221; <span id="more-90"></span> I got to know a group of people who live under a bridge, and they allowed me to make photos of their daily lives.  The images are intimate, at times painfully intimate, portraits of their humanity.  These particular images are of Chrissy.  She is a prostitute, a heroin addict, a crack addict, and a teller heartbreaking life stories.</p>

<a href='http://www.seeingthings.eu/?attachment_id=92' title='pic2'><img src="http://www.seeingthings.eu/wp-content/uploads/2009/03/pic2-150x150.jpg" width="150" height="150" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://www.seeingthings.eu/?attachment_id=93' title='pic3'><img src="http://www.seeingthings.eu/wp-content/uploads/2009/03/pic3-150x150.jpg" width="150" height="150" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
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		<title>Tiziano Scarpa &#8220;Appunti sui tre saggi di Wu Ming 1 contenuti in New Italian Epic&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 18:21:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaello Palumbo Mosca</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo, davvero interessante, lo trovate qui.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;articolo, davvero interessante, lo trovate <a href="http://www.ilprimoamore.com">qui</a>.</p>
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